Attualità

Attentato a Berlino. Una dura prova per Merkel

Giorgio Ferrari martedì 20 dicembre 2016

Come a Nizza, anche se il computo delle vittime – pur elevato, nove morti e una cinquantina di feriti – è solo apparentemente meno devastante. Un camion con targa polacca irrompe sulla folla che si assiepa atttorno al mercatino di Natale nella Breitscheidplatz, nei pressi della chiesa intitolata al Kaiser Guglielmo, sulla Kurfuerstendamm. Le prime immagini che giungono dalla scena dell’attentato – perché di attentato senza dubbio alcuno si tratta – mostrano le bancarelle rovesciate e diversi feriti che giacciono a terra.

Era prevedibile? Sì, certamente, ma come ogni atto terroristico che viola la vita quotidiana con la crudele e sperimentata asimmetria adottata dal jihadismo, non era di fatto evitabile. Come a Nizza, come a Parigi, a Monaco, la mano invisibile e letale del terrorismo si riapparsa puntuale, a ricordarci come il 'tempo di pace' (per cinquant’anni ne abbiamo goduto sottovalutandolo) sia una categoria oramai precaria, effimera. Si piangono le vittime di Berlino domandandosi se la stretta impressa dal cancelliere Merkel sull’immigrazione, se quel giro di vite ad uso dell’elettorato che dovrà riconfermarla per il quarto mandato nelle elezioni federali sia in qualche modo connesso alla strage.

Ci si domanda peraltro quali e quante siano le responsabilità di un’Europa divisa su tutto, prigioniera dei propri egoismi nazionali, capace di erigere muri e steccati e incapace di governare e di affrontare la crisi mediorientale e la tragedia dell’immigrazione. Un attentato, quello di Berlino, l’ennesimo, sanguinaria fotocopia dei tanti barbari eccidi compiuti sul vecchio continente, ma piccola cosa – non possiamo non dirlo – di fronte al massacro ininterrotto che si compie da due anni in Siria, in nome di una Pax Syriaca che non ha veri vincitori, ma solo vinti e che brucerà, come una Srebrenica, nella coscienza di tutti noi. E di chi, soprattutto, non ha saputo o voluto fermare quell’infernale meccanismo di morte.

Da Aden a Ankara a Berlino, la fosca ghirlanda di morte si snoda – come obbedendo a un disegno ormai fin troppo noto – in prossimità del Natale. E sarà benzina sul fuoco dei populismi, della xenofobia più sfrenata, degli intrepidi partigiani che sognano muraglie e filo spinato a difesa della propria identità, del sangue e del suolo. E questo sarebbe, e forse sarà, l’effetto ancor più perverso che gli strateghi del terrore si prefiggevano. Per questo dobbiamo impedirglielo. E continuare a vivere nella società aperta immaginata da Karl Popper, contrapposta a quella chiusa che Platone pretendeva essere la migliore possibile. Indietro, spiegava il filosofo austriaco, non si torna mai.