Attualità

Sforbiciate harakiri. Famiglia e scelte senza lucidità

Massimo Calvi mercoledì 1 novembre 2017

«Il declino demografico del nostro Paese rappresenta la sfida più grande da affrontare per la crescita economica, e un tema centrale in queste elezioni è stato anche il calo del tasso di natalità: dobbiamo fare qualche cosa subito o sarà troppo tardi». Questa frase è stata pronunciata due settimane fa dal premier giapponese Shinzo Abe dopo essere stato rieletto per il quarto mandato. Il Giappone è un Paese che dal punto di vista demografico ha molto in comune con l’Italia: un tasso di natalità tra i più bassi al mondo, una popolazione che invecchia, un numero di giovani attivi che si riduce.

La differenza sostanziale tra Italia e Giappone è che a Tokyo, se scarseggiano le soluzioni, i leader politici hanno le idee abbastanza chiare sui rischi che corre un Paese con una dinamica demografica di quel tipo. Una consapevolezza che sembra invece mancare all’Italia. Dove le misure a favore delle famiglie con figli e per il sostegno della natalità sono limitate e meno significative rispetto ai principali Paesi europei. E dove quel poco che c’è viene messo in discussione da un anno all’altro, da una manovra all’altra. Come se le misure pro famiglia non avessero un valore strategico legato alle prospettive di sviluppo e di tenuta sociale di una nazione, ma rispondessero solo a calcoli dal sapore elettorale.

Può essere letto così il "buco" che si è appalesato nella legge di bilancio per il 2018, dalla quale è scomparso a sorpresa il bonus bebè da 80 euro al mese, mille euro all’anno per tre anni. Il contributo era stato introdotto nel 2015 dal governo Renzi come misura per dare un segnale ai giovani intenzionati a metter su famiglia. Una spesa limitata, circa 200 milioni, all’interno di uno stanziamento che avrebbe dovuto salire a 600 milioni quest’anno fino a un miliardo nel 2018. Invece dopo due anni di bonus, via, si ritorna da capo.

Ora, prima di trarre una conclusione definitiva, considerato anche l’iter che hanno le manovre, è bene tenere conto di alcuni aspetti che attengono alla questione natalità-famiglia-figli. Il fattore più incisivo nella decisione di avere una famiglia riguarda la disponibilità o meno di lavoro, d’altra parte uno dei molti motivi che scoraggiano la natalità è proprio l’assenza di fiducia nel futuro così come la percezione di vivere in un Paese indebitato e instabile dal punto di vista finanziario. Dunque, l’attenzione alla tenuta dei conti pubblici così come le misure, per quanto non strutturali, destinate a sostenere l’occupazione, sono elementi di positività.

L’Italia è però un Paese che quanto a sostegni alle famiglie (con figli, s’intende) concede pochissimo, e che si distingue per avere una fiscalità che penalizza proprio i genitori. Chi ha prole in Italia vede salire drammaticamente il rischio di cadere in povertà e anche quando le entrate sono maggiori non va meglio, considerato che il ceto medio italiano in Europa è quello che vede calare maggiormente il proprio reddito disponibile dopo la nascita dei figli. È in questo contesto già altamente penalizzante che si inserisce l’uscita di scena, tra i tanti bonus spuntati in questi anni e in questa stessa legge di bilancio, proprio di quello destinato ai bebè. Un taglio che beffardamente arriva a poche settimane dalla Conferenza sulla Famiglia, che sul tavolo aveva sparso qualche futuribile impegno ed evocato, da subito, qualche soldo in più. Quadro capovolto, insomma. L’ennesima conferma di come in gran parte della classe dirigente non vi sia una chiara e reale percezione della gravità del problema.

Le misure per la famiglia in Italia sono insufficienti e allo stesso tempo hanno bisogno di essere riordinate in un quadro coerente capace di inviare un messaggio chiaro e decifrabile: occorre trasmettere l’idea di uno Stato che è pronto a sostenere chi intende farsi carico del futuro e delle nuove generazioni. Tagliare il bonus bebè e allo stesso tempo stanziare più risorse per permettere agli statali che hanno ricevuto l’aumento di incassare comunque il bonus da 80 euro è uno dei segnali meno sensati che si potevano inviare in questo momento. Con tutto il rispetto per il Giappone, è fare harakiri, a colpi di forbici. Meglio ripensarci.