Attualità

Muro contro muro. Senato elettivo, stop ai dissidenti di Fi e Pd

Vincenzo R. Spagnolo giovedì 31 luglio 2014
«Dopo la votazione di questo emendamento ci sarà un piccolo canguro, un cangurino...». Sono le quattro di pomeriggio quando il presidente del Senato Pietro Grasso prova a stemperare la tensione che anima l’Aula del Senato con una battuta sul pittoresco nome della procedura di accorpamento che il giorno prima aveva già falciato 1.400 emendamenti sui 7.850 depositati dalle opposizioni in merito al ddl Boschi di riforma della Costituzione.L’Aula è ancora ferma all’esame delle proposte di modifica dell’articolo 1 (da sole, compongono un tomo di 842 pagine) e Grasso mette al voto un emendamento di Sel che viene bocciato, trascinando con sé altre 38 proposte di modifica. Una parte dell’emiciclo rumoreggia. Il clima è quello del muro contro muro, ma senza il caos di 24 ore prima. Se martedì era stato il giorno del canguro, ieri è toccato a un «cangurino» in peluche esposto sui banchi del Movimento 5 Stelle («Vota anche lui? – scherza Grasso –. Lo daremo al posto del tapiro...»). In mattinata, dopo le contestazioni del giorno prima, il presidente del Senato ha sospeso i lavori fino alle 15 per riunire la Giunta del regolamento che si è pronunciata a maggioranza (10 a 4) sulla legittimità del ricorso allo strumento. «Il canguro si può fare», dice il senatore del Pd Francesco Russo. E un tecnico di Palazzo Madama fa qualche conto: «Si potrebbe tagliare il 40% degli emendamenti. Anche così, ne andrebbero al voto circa 4.700». Quando Grasso dà conto della decisione in Aula (citando, tra i precedenti, «la legge costituzionale del 2002 sulla devolution e quella del 2004 sulla riforma della seconda parte della Costituzione») un altro "senatore-magistrato" del Pd, Felice Casson, lo contesta parlando di regola poco chiara, che lascia alla presidenza margini interpretativi ampi con «rischi per la certezza del diritto». Grasso non ci sta e assicura che il canguro sarà applicato non «in modo scriteriato» ma «con buon senso». Il duello interpretativo fra ex toghe è solo l’inizio delle schermaglie. Gli interventi si susseguono: «Lei dovrebbe fare da arbitro, presidente Grasso. E invece siamo al "fine che giustifica i mezzi. Ma la democrazia non appartiene alla maggioranza...», tuona il pentastellato Michele Giarrusso, evocando en passant la Costituzione di Weimar e lo Statuto Albertino. Spazio anche per un giudizio colorito di Domenico Scilipoti di Forza Italia («Siamo una banda di cialtroni») che costringerà poi il capogruppo Paolo Romani a scusarsi con l’Aula. Un invito a volare alto viene invece da Alessandro Maran (Scelta civica): «Solo 13 su 28 Paesi Ue hanno una seconda Camera e, tra questi, solo in 5 i membri sono eletti direttamente».Passano le ore e seppur lento pede, l’asse di maggioranza rinforzato da Forza Italia procede bocciando alcuni emendamenti chiave, come quello per lasciare le cose come stanno mantenendo il bicameralismo perfetto e l’elezione del Senato a suffragio universale. Lo ha presentato il forzista Augusto Minzolini sostenuto anche da "dissidenti" nel Pd. Ma l’aula respinge con 171 no a fronte di 117 sì e 8 astenuti. Minzolini però avverte: «Il dato politico è che Renzi e la maggioranza sulle riforme non hanno i due terzi». Alle 19 Grasso dichiara inammissibili diversi "emendamenti-burla" (che proponevano di rinominare la Camera dei deputati «Bulè nazionale» o «Gilda») e fissa una pausa fra le 20 e 21, prima di riprendere fino a mezzanotte. Mentre si fa buio, si tratta ancora nei corridoi. I vertici del Pd restano convinti che il ddl arriverà al voto finale dell’Aula (il primo dei quattro passaggi, 2 per camera, previsti dalla Costituzione) entro l’8 agosto, prima della pausa estiva. Ma un’altra fonte piddina resta cauta: «Potrebbe essere già un buon risultato aver votato i primi due articoli, su composizione e funzioni del Senato». Nel frattempo, le mine vaganti incombono. In nottata o stamani potrebbero andare al voto 2 emendamenti con voto segreto: il primo sulle competenze del Senato; l’altro (a firma di Stefano Candiani, Lega Nord), in materia di minoranze linguistiche, contiene un inciso per far scendere a «500» i deputati, che potrebbe innescare l’ira dei colleghi Montecitorio.