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Il giurista Mirabelli. L'attacco di Grillo a Mattarella «passo pericoloso»

Angelo Picariello martedì 23 ottobre 2018

Il presidente emerito della Consulta, Cesare Mirabelli

«In materia costituzionale occorre delicatezza, non si procede a randellate», avverte Cesare Mirabelli. «L’autorevolezza del presidente della Repubblica serve a tutti, toccarla fa saltare il sistema», ammonisce il presidente emerito della Consulta.

Che cosa aggiunge questa dichiarazione
di Grillo? Bisogna capire la finalità. Se si trattava solo di un’opinione, o se voleva essere l’annuncio di un’iniziativa politica. In ogni caso se anche fosse stata la mera considerazione di un cittadino ha avuto il suo peso, inevitabilmente.

In realtà di poteri diretti non ne ha molti, il capo dello Stato. Ha poteri simbolici, alcuni poteri reali e grandi responsabilità con adeguati poteri da esercitare nei momenti di crisi. Ma anche in situazioni ordinarie è un punto di equilibrio fra i diversi poteri, come organo di garanzia costituzionale. Che può assumere anche un ruolo maieutico, specie quando non c’è una forza politica che abbia da sola la maggioranza, come nel caso di questo governo.

Ma allora che cos’era, una boutade, un invito a contenersi?
Confesso che, per mio limite, a volte non capisco fino in fondo quando certe iniziative rispondono a un’esigenza di comunicazione o quando assumono invece rilievo istituzionale. Magari si tratta di un invito al presidente a un maggiore self-restraint, autocontrollo. O di una protesta per un intervento non gradito. Oppure è solo un ballon d’essai, come per vedere l’effetto che fa.

E che effetto ha fatto, secondo lei, quest’attacco?
A giudicare dalle reazioni mi sembra che abbia avuto più che altro un ruolo confermativo a favore del capo dello Stato.

Ma se ne può parlare, in ogni caso, di ritoccare i poteri del capo dello Stato?
Pensare a una riforma costituzionale di questo tipo rappresenterebbe un 'fuor d’opera'. O si disciplina l’intero assetto costituzionale, o toccare da solo un li- vello così importante nell’equilibrio fra i poteri mette in discussione una colonna che è risultata fondamentale nella vita della Repubblica.

Ma il continuo attacco alle autorità di garanzia di cui il capo dello Stato è l’emblema non può aver come obiettivo proprio di far saltare il sistema?
Non credo. C’è, è vero, un’insofferenza per ogni tipo di parere o controllo, ma i poteri di cui ha parlato Grillo ossia il comando delle Forze armate o la presidenza del Csm sono ruoli del tutto simbolici, a garanzia dell’unità nazionale. Lo Stato di guerra lo dichiarano le Camere, ma se ci fosse una tentazione golpista il capo dello Stato può intervenire. O, invece, nel Csm, frena i rischi di eccesso di corporativismo, sempre a garanzia di tutto il sistema. Mentre i veri poteri sono relativi alla risoluzioni delle crisi di governo. C’è poi un ampio potere di consiglio su tutti gli atti. Ma qui bisogna distinguere: parliamo di autorevolezza, non di potere. E l’autorevolezza del capo dello Stato è un bene per il Paese, ed è nell’interesse di tutti, non della carica, che non venga attaccata.

Il governo populista ha due diverse ricette di riforma. La Lega sembra guardare al presidenzialismo, M5s pensa invece alla democrazia diretta e al referendum propositivo.
Le due posizioni hanno in comune il rapporto diretto fra chi comanda e il popolo inteso come entità indistinta. Ma, mentre le democrazie popolari prevedono che ci sia un capo, un partito che comanda, le democrazie nella tradizione occidentale sono plura-liste, prevedono i corpi intermedi, assemblee di discussione e strumenti di partecipazione.

Il presidenzialismo esiste, in Occidente.
Ma non si può intervenire su un solo organo costituzionale. Sia che guardiamo al modello francese, sia che guardiamo a quello americano, vediamo che ci sono limiti forti nel Parlamento al potere di chi guida il Paese. Accorciare le distanze fra potere e popolo può paradossalmente creare un potere che non conosce limiti. Mentre l’articolo 1 non è suscettibile di modifiche.

«La sovranità appartiene al popolo...».
«...Che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione», non dimentichiamolo. Non è che, faccio degli esempi, il popolo può ristabilire la pena di morte, o dar luogo all’apartheid: anche se lo volesse il 99 per cento della popolazione non è possibile.

E la democrazia diretta?
Può essere rafforzata, anzi sarebbe auspicabile, ma le strade praticabili sono altre: rendere vincolante e sollecito il pronunciamento sulle leggi di iniziativa popolare, mentre il referendum propositivo porta a una democrazia plebiscitaria. Puntando tutto su un vincolo preciso, esautorando il Parlamento. Sarebbe più tollerabile, sebbene possa risultare devastante sul piano procedurale, un referendum confermativo su una legge: in Svizzera ad esempio c’è.