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Piacenza. «Messi alla prova» in parrocchia: così si sconta la pena sotto il campanile

Barbara Sartori sabato 5 gennaio 2019

«Don, un nostro amico ha fatto una cretinata. Come possiamo aiutarlo?». Primavera 2015: due giovani che frequentano l’oratorio di Castel San Giovanni (Piacenza) si rivolgono a don Paolo Capra per far svolgere in parrocchia un lavoro socialmente utile a un coetaneo pizzicato alla guida con un tasso alcolemico superiore al consentito: «Ci siamo confrontati con il parroco e ci siamo buttati – ricorda il sacerdote, classe 1983 –. Ora dico: meno male. Se non fossimo stati sollecitati dall’interno, forse non avremmo mai cominciato questa forma di accompagnamento che ci permette di parlare di accoglienza senza essere ipocriti».

Quella del capoluogo della Val Tidone è la prima parrocchia piacentina coinvolta nel protocollo di 'messa alla prova' avviato da Svep, il Centro servizi per il volontariato di Piacenza, oggi riconosciuta come esperienza d’eccellenza in regione. Nel giro di 3 anni le parrocchie sono diventate 14, entro una rete più vasta fatta di 38 voci del terzo settore che hanno accettato di farsi portavoce della cultura della 'giustizia riparativa'; «Ma senza una comunità che accoglie, è un’opportunità che resta sulla carta», avverte Lidia Frazzei, referente Svep per il progetto.

L’impegno nasce nel giugno 2014, dopo il varo della legge 67 che estende la 'messa alla prova' agli adulti. A marzo 2017 una convenzione con il Tribunale segna la svolta: i soggetti sono presi in carico direttamente da Svep, che dopo un colloquio di orientamento li indirizza alle realtà accoglienti. E dai 47 del 2015 i 'messi alla prova', sono diventati lo scorso anno 93, 80 uomini e 13 donne. Lavori di manutenzione, cura degli spazi, sistemazione di archivi e siti web, servizio alla mensa dei poveri, aiuto nell’insegnamento dell’italiano agli immigrati o al doposcuola in oratorio.

Sono infinite le applicazioni. 'Verso Itaca onlus', ad esempio, offre un gruppo di scrittura autobiografica utile soprattutto per i più giovani: «Forse perché costringe a riflettere su di sé e diventa una sorta di 'autoriparazione' per evitare che un errore si trasformi nell’esordio di una carriera criminale», commenta la responsabile, la giornalista Carla Chiappini. Al gruppo del mercoledì sono passate più di 40 persone: tanti ventenni, spesso stranieri, con vissuti difficili, ma pure professionisti affermati e più che benestanti. «È l’incontro tra due mondi».

A una parrocchia, invece, cosa dà questa forma di accoglienza? «Anzitutto un grande aiuto materiale. Ma quel che più conta – puntualizza il suddetto don Capra – è che ci aiuta ad essere, nel silenzio, comunità attenta a tutti. Solo i responsabili dei servizi sanno il motivo per cui le persone sono qui; per gli altri sono volontari come ce ne sono tanti. Così tuteliamo la loro dignità ed evitiamo lo stigma. Parliamo tanto di periferie; beh, l’errore dell’uomo lo porta a vivere in una periferia. La 'messa alla prova' è una buona palestra per sperimentare il perdono. È un impegno, non lo nascondo. È anche un rischio, se ci fermiamo ai pregiudizi. Però d’altra parte dico: allora, cosa ci stiamo a fare?».