Attualità

Il dopo Mare Nostrum. Sbarchi e arrivi, è caos sulle regole

Nello Scavo - Ilaria Sesana giovedì 30 ottobre 2014
Non interrompere l’operazione Mare Nostrum che ha permesso di salvare 153mila persone. È la richiesta presentata da diverse organizzazioni che si occupano di migranti, e che chiedono all’Italia di non sottrarsi alla responsabilità di salvare vite umane. Il documento, che verrà presentato ufficialmente domani a Roma, è stato firmato da diverse realtà tra cui Acli, Arci, Caritas Italiana, Centro Astalli, Cnca, Comunità di Sant’Egidio, Emmaus Italia, Fondazione Migrantes, Libera, Rete G2, Save the children.Il timore delle associazioni è che, a fronte di una difficile situazione in Libia e del continuo esodo di profughi dalla Siria e dall’Eritrea, si ripetano nuove stragi in mare: i pattugliamenti coordinati da Frontex nell’ambito dell’operazione Triton si limiteranno alle acque territoriali italiane. Il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, però è categorico: «Ho sempre detto che Mare Nostrum non avrebbe fatto il secondo compleanno e non lo farà. Mare Nostrum chiuderà perché era un’operazione di emergenza». Mare Nostrum chiuderà. Ma nessuno sa dire quando. Un’incertezza che irrita non poco i vertici della Marina e della Guardia Costiera, che più volte hanno ribadito il desiderio di poter continuare nelle operazioni di ricerca e salvataggio ma che non hanno ancora ricevuto indicazioni chiare sul "dopo" Mare Nostrum. Triton, la missione di protezione delle frontiere voluta dall’Unione europea attraverso l’agenzia Frontex, partirà l’1 novembre. Ma tra gli specialisti vi è la certezza che l’arretramento dell’Europa dalle acque del Mediterraneo aggraverà i pericoli per le migliaia di migranti pronti a salpare dalle coste libiche e da alcuni porti egiziani. Solo quest’anno, malgrado l’opera delle navi della Marina Militare, nel Mediterraneo sono morte più di 3mila persone. Facile prevedere che, a fronte di una minore attività di soccorso, il numero delle vittime in futuro sarà molto più alto.Ieri, intanto, si è svolto a Pratica di Mare un vertice operativo tra uomini del ministero dell’Interno, della Difesa, e delle diverse forze armate impegnate nelle acque del Canale di Sicilia. L’esito, a quanto trapela, è stato sconfortante. Nessuna chiarezza sui tempi della "dismissione" di Mare Nostrum, con il rischio che alcuni mezzi di Marina e Guardia Costiera si trovino al largo delle coste italiane senza sapere con precisione a quali regole attenersi: quelle di Frontex, che limitano il pattugliamento, oppure quelle della missione italiana.Quel che è certo è che il flusso dei profughi in fuga dalla Libia non si arresterà. Probabilmente ci sarà un calo degli sbarchi, dovuto all’arrivo dell’inverno. Ma non si bloccherà. «Fino a quando la situazione nel Paese non si stabilizzerà, le partenze continueranno – sottolinea don Mosé Zerai, presidente dell’agenzia Habeshia –. E quando verrò contattato da un’imbarcazione di profughi eritrei in difficoltà chiamerò, come faccio sempre, la guardia costiera italiana o maltese». Anche la blogger siriana Tytty Cherasien continuerà a tenere i contatti con i profughi siriani che fuggono dalla guerra civile «ma le difficoltà per me e per Nawal Soufi, un’altra volontaria con cui gestisco le telefonate, aumenteranno molto – spiega –. Certo, possiamo continuare a chiamare la guardia costiera, ma non sappiamo quali saranno le procedure con cui viene passato l’allerta a Frontex».La situazione Libia resta molto complessa. Molti centri di detenzione siano stati chiusi o abbandonati e le persone che erano detenute lì siano oramai sull costa. «Altro elemento preoccuapante, il fatto che in Libia quasi non si trovano più barche adatte per prendere il mare – aggiunge Christopher Hein, direttore del Consiglio italiano per i rifugiati –. L’eventuale chiusura di Mare Nostrum ci preoccupa molto: il rischio è di far cessare un’operazione di salvataggio in alto mare, dove è più elevato il rischio di naufragi, senza avere un sostituto».