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Migranti. I soccorsi tardano, il piccolo Yahya annega. Il padre arrestato dai greci

Francesca Ghirardelli mercoledì 25 novembre 2020

Questi migranti ce l'hanno fatta a raggiungere la Grecia, anche se per la maggior parte di loro il futuro sembra non esistere. Per Nadir e suo figlio Yahya la fuga dall'inferno è finita in tragedia

Niente in questa storia sembra mostrare una qualche traccia di giustizia né di pietà. Niente nella vicenda di Nadir e di suo figlio Yahya sembra avere un senso. Né il soccorso promesso dalla Guardia Costiera e mai arrivato nel punto del naufragio del gommone su cui viaggiavano, né la morte del bambino trovato nove ore dopo l'allarme, né l’arresto del padre per avere messo in pericolo la vita del figlio, portandolo con lui sull’imbarcazione. Un’accusa mai mossa contro un richiedente asilo in Grecia, almeno a memoria di avvocato, in un caso che rischia di diventare un precedente pericoloso.

Siamo nel braccio di mare tra la costa turca e l’isola greca di Samos, nel tratto di Egeo che dal 2015 è stato attraversato da centinaia di migliaia di persone, siriani nei primi anni, soprattutto afghani oggi.
Anche Nadir proviene dall’Afghanistan. Ha 25 anni. Da diverso tempo si trovava in Turchia, senza riuscire però a ottenere un legale permesso di restare. Così alla fine, è partito anche lui insieme al figlio Yahya di sei anni.

Sono le 10 di sera del 7 novembre quando padre e figlio lasciano la costa turca. Mancano dieci minuti alla mezzanotte quando, da qualche parte in Norvegia, squilla un telefono. È quello di Tommy Olsen, fondatore di Aegean Boat Report, Ong che da anni monitora - sull’isola o da remoto - le imbarcazioni in difficoltà nell’Egeo e chiama i soccorsi.

“Mi hanno contattato su Whatsapp, non parlavano inglese, sentivo urli al telefono, mi hanno spedito la loro posizione. Poi hanno scritto messaggi tradotti: emergenza, persone in acqua. Così a mezzanotte e cinque minuti ho chiamato la Guardia Costiera di Samos. Ho fornito la localizzazione e ho continuato, intanto, a tenere i contatti con le persone a bordo del gommone. Ho detto loro che i soccorsi stavano arrivando”.

I naufraghi, in effetti, vedono i fari di due imbarcazioni avvicinarsi e poco dopo allontanarsi. "Non sappiamo se li abbiano avvistati, avrebbero dovuto". All’una e ancora alle 2, altre chiamate, nessun salvataggio. “Poi ho perso i contatti. Quando ho risentito la Guardia Costiera in piena notte, sembravano più interessati a sapere chi fossi io”.

Il corpo di Yahya e una donna incinta, in stato di incoscienza ma ancora in vita, vengono ritrovati la mattina successiva, in un’area della costa impervia e rocciosa. Altri ventiquattro passeggeri del gommone vengono intercettati nell’arco della giornata, in cammino, in diversi luoghi.

“Di solito in casi del genere viene allertato l’ufficio centrale nel Pireo e anche Frontex che opera nell’area e viene mobilitato un elicottero. Così non è stato questa volta” dice Olsen. “Cosa hanno fatto le autorità da mezzanotte alle 9 del mattino? Un tempo lunghissimo. Non è la prima volta che la polizia portuale di Samos dimostra riluttanza nelle operazioni di ricerca e salvataggio di rifugiati”.

Quando le autorità greche trovano Nadir, il ragazzo viene arrestato. Rischia 6 anni di carcere per aver messo in pericolo il figlio e dunque per essere stato responsabile della sua morte.

Accompagnato all’obitorio per vedere il bambino, ha le manette ai polsi.

“Non posso immaginare cosa abbia provato questo padre, che ha perso suo figlio, che è quasi annegato lui stesso perché non sa praticamente nuotare, che ha cercato Yahya senza trovarlo, e che è stato messo in prigione, senza capire cosa stesse succedendo, per poi finire in tribunale per due giorni di fila” ci dice al telefono Giulia Cicoli dell’associazione “Still I Rise”, che si sta occupando dei funerali e che segue da vicino la vicenda insieme a un avvocato privato, Dimitris Choulis.

Il legale che ha assunto la difesa di Nadir racconta di come un arresto del genere non si sia mai visto, per quanto lui sappia. “La missione di salvataggio in realtà non c’è stata, si è svolta tutt’al più una missione di recupero dei morti. Se si arriva nove ore dopo, è così. Nove ore dopo, non può essere considerato un salvataggio” ci dice. “È la prima volta che vedo un padre accusato di un crimine del genere. Pensiamo sia un diretto attacco al diritto di chiedere asilo, un nuovo modo delle autorità per intimidire e dissuadere le persone in arrivo”.

L’avvocato fa riferimento alle innumerevoli accuse mosse contro le autorità greche quest’anno da Ong e attivisti presenti sulle isole e alle numerose testimonianze raccolte dalla stampa internazionale (anche da Avvenire) dei respingimenti di richiedenti asilo verso la Turchia, sia in mare che lungo la frontiera di terra. “Ora attendiamo i risultati dell’autopsia del bambino. Sarà importante capire l’ora della morte e anche le modalità”, aggiunge Choulis.

Da parte sua, la Guardia Costiera di Samos ha negato ritardi nelle operazioni di soccorso e ha riferito che la geolocalizzazione inviata da Aegean Boat Report non portava al mare, ma a un’area rocciosa dell’isola, difficilmente raggiungibile. Ha anche detto di considerare l’Ong di Olsen “allineata alla Guardia Costiera turca”, in quella che ormai è un’infinita sequenza di rimpalli di responsabilità per i numerosi incidenti di questi mesi.

“La polizia portuale mente praticamente su tutto e abbiamo le prove per dimostrarlo” ribatte Tommy Olsen. Gli chiediamo cosa significhi restare una notte appeso al telefono per poi scoprire che non è servito a evitare la morte di un bambino. “Dal 2015 ho seguito così tanti naufragi, così tanti casi di persone annegate da perderne il conto. Per me è diventato normale”. Il tono con cui lo dice e la fatica per trovare le parole, però, fanno pensare che non sia così.