Attualità

Riace. Lucano e quella richiesta di condanna, ma la "buona accoglienza" continua

Federico Minniti giovedì 20 maggio 2021

Mimmo Lucano

Dietro la richiesta di 7 anni e 11 mesi di reclusione per Mimmo Lucano avanzata dalla procura di Locri nel processo "Xenia" ci sono tutte le motivazioni che hanno portato il pool di magistrati, guidati dall’esperto Luigi D’Alessio, a mandare alla sbarra l’ex sindaco di Riace – piccolo borgo della costa ionica calabrese – e l’intero sistema d’accoglienza che gli è valso notorietà in tutto il globo.
Ma come è stata accolta dall’opinione pubblica calabrese questa richiesta dei pm Michele Permumian e Marzia Currao? Il processo "Xenia" – fin da subito – è stato etichettato come "politico", anche perché sotto il profilo giudiziario si sono da subito palesate alcune lacune.

Prima il tribunale del Riesame di Reggio Calabria e poi la Corte di Cassazione hanno emesso delle sentenze che vanno nella direzione opposta a quella assunta dal gip di Locri che firmò l’ordine di arresto di Lucano nell’ottobre 2018. Nello specifico il Riesame ha stigmatizzato la scelta di porre agli arresti domiciliari Lucano poiché non ravvedeva «condotte penalmente rilevanti», mentre da parte sua la Cassazione ha escluso il reato di frode alla pubblica amministrazione a carico dell’ex primo cittadino.

Sulla possibile natura politica del procedimento giudiziario, però, lo stesso procuratore di Locri, D’Alessio, ha voluto chiarire durante la requisitoria di qualche giorno fa che non si tratta di «un processo all’accoglienza. Non si è voluto contrastare il principio di accogliere le persone che arrivano da altri Paesi, dove vivono in condizioni di sofferenza. Questo ufficio non ha ricevuto alcun tipo di pressione, lavorando sempre con estrema attenzione e serenità».

Molti ora attendono il processo con trepidante curiosità, specialmente quanti nel mondo del no-profit avevano fatto di Lucano un portabandiera per la Calabria. Il rischio è il giustificazionismo, che tuttavia D’Alessio rimanda al mittente: «Chi può dire quale fine giustifica la commissione di reati?». Ma l’interrogativo non scalfisce l’ampio sostegno di cui gode Lucano – dagli ambienti della sinistra radicale ma non solo (come dimenticare la solidarietà espressa dal vescovo di Locri-Gerace, monsignor Francesco Oliva?) –, col rischio di trasformare l’aula di tribunale in uno stadio affollato di "tifosi".

Il pathos sul prossimo processo subisce inoltre l’influsso dell’impegno politico dell’ex sindaco di Riace (che ha annunciato di volersi candidare al fianco di Luigi De Magistris alle prossime regionali), mentre ormai il destino del "borgo dell’accoglienza" sembra interessare pochi: oggi di quella Riace, infatti, non rimane quasi più niente: anzi, tantissimi simboli sono stati fisicamente divelti dal sindaco leghista Antonio Trifoli (decaduto poiché ineleggibile), con l’effetto immediato che l’esperienza di Mimmo Lucano, iniziata nel 1988 e protrattasi per 30 anni, rimane solo nelle cronache dei giornali ancor prima che un tribunale lo dichiari colpevole o innocente.

La Locride, però, ha imparato la lezione e in modo cocciuto, proprio come da carattere distintivo dei calabresi, ci riprova. Lo fa in un paese, Camini, distante appena due chilometri e mezzo da Riace e dove da diverso tempo è attivo un processo di accoglienza diffusa e integrazione socio-lavorativa di migranti, che stanno ripopolando il borgo dove ormai vivevano poco più di 200 calabresi.

Sul «Modello Camini» si sono accesi i riflettori dell’università Tor Vergata di Roma che segue da molto vicino l’operato di istituzioni e associazioni del paese col fine di cogliere in tempo utile se ci siano anomalie di gestione, ma soprattutto per valorizzare una "buona prassi" che vuole superare le insidie del tempo e dimostrare che una corretta integrazione non può essere reato. In attesa che la giustizia faccia il suo corso nei confronti di Mimmo Lucano e dell’ormai ex "borgo dell’accoglienza" di Riace, ridotto a brandelli dalle inchieste e dallo sciacallaggio politico.