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Il premier in tv. Renzi come Berlusconi: meno tasse per tutti

Vincenzo R.Spagnolo giovedì 22 ottobre 2015
«La dico berlusconianamente: meno tasse per tutti. Solo che lui ha fatto lo slogan è se ne è andato, noi lo facciamo davvero...». È un Matteo Renzi pirotecnico, che sceglie lo studio televisivo del programma Otto e mezzo, su La7 per difendere la rotta economica e politica intrapresa dal proprio esecutivo. Il premier rievoca immagini non nuove nell’agone politico italiano, a cominciare da quella popular del taglio dei tributi (e del resto, lo stesso leader di Forza Italia nei giorni scorsi aveva ironizzato: «Renzi mi copia»). Ma assicura che si tratterà di fatti concreti, e non di annunci: «Chi paga le tasse, nel 2016 ne pagherà di meno – insiste –. Noi promettiamo meno tasse per tutti come Berlusconi, ma lo facciamo sul serio».  Nei fatti, la legge di Stabilità non è ancora approdata alla firma del Quirinale: «Spero sia una questione di poche ore», precisa il presidente del Consiglio, che comunque ne difende a spada tratta i contenuti, a partire dalla sforbiciata all’imposta sugli immobili, poco gradita dall’euroburocrazia di Bruxelles: «Sono dieci anni che parliamo solo di Ici, Imu, Tasi, è la tassa più odiata. E non è mai stata tolta. È una misura di pancia? Sì. Ma non è elettorale», argomenta il premier, rintuzzando con decisione le stime che dipingono l’Italia come il Bengodi di chi non paga imposte e tributi. Centottanta miliardi di euro d’evasione fiscale, ribatte, è «un numero inventato di sana pianta, una roba che non esiste. L’Europa conta 120 miliardi di euro. E l’Italia ne fa più dell’Europa? Non esiste...». E l’Imu sui castelli? «Non abbiamo cambiato idea. I castelli non sono il problema di questa legge di stabilità. E se poi vogliamo dirla tutta, i castelli pagavano la tassa quando è stata abolita l’Ici e non la pagavano dopo, perché c’era una detrazione per le dimore storiche». Altra decisione criticata (anche dalla minoranza Pd e da magistrati di vaglia, preoccupati che faciliti evasione e riciclaggio) è l’innalzamento del tetto per i pagamenti in contanti, da mille a tremila euro: «Per me non si cambia: su questo siamo pronti anche a mettere la fiducia», replica il capo del governo, che aggiunge: «Rispetto Raffaele Cantone (il presidente dell’Autorità anticorruzione, ndr), ma mi riservo di avere un’opinione diversa». Per Renzi la norma si rivelerà «un vantaggio, perché gli italiani devono avere la possibilità di spendere il contante che hanno... Ci sono miliardi di contanti bloccati, perché c’è l’impressione che l’Italia non agevoli i consumi». Gli altri Paesi, prosegue il premier, «mica hanno regole. La Germania non ha limiti. E il governo Prodi aveva limite a 5mila euro, poi è arrivato Monti e ha fatto la stretta, con la Gdf davanti ai negozi. Secondo me è una strategia sbagliata... ». Nel Renzi-pensiero, la stretta contro chi si ostina a non pagare le tasse arriverà attraverso controlli 'intelligenti', piuttosto che da scenografici blitz ferragostani: «Per combattere l’evasione, non serve l’atteggiamento da guardie e ladri, serve incrociare i dati. Abbiamo preso i soldi dalla Svizzera e dal Vaticano, erano 50 anni... Dai, così si combatte l’evasione, altro che chiacchiere».  I paragoni coi governi recenti sono un argomento retorico sfruttato dal premier, che scocca un dardo anche al professore: «Il governo Monti ha fatto alcune misure molto buone e altre discutibili. Allora il debito andava in su, dal prossimo anno la curva sarà in discesa. Monti ha fatto la manovra in deficit al 4,4%, noi la facciamo al 2,2%». Mentre la norma sulla flessibilità in uscita per le pensioni non è stata inse- rita nella manovra, perché «non volevamo fare un altro pasticcio. La faremo solo quando i numeri saranno chiari, quando saremo sicuri di non fare un altro caso esodati». Nodo da sciogliere è pure la cosiddetta 'clausola migranti', che consentirebbe all’Italia di sforare di altri 3,3 miliardi: «Non so se sia probabile» il no della Ue, ammette il premier, «se mi dicono di sì la prendo, se no non la prendo. Abbiamo fatto nel rispetto delle regole europee. La Spagna fa il doppio di noi sul deficit».  Nel tourbillon di risposte, c’è spazio anche per l’apprezzamento delle dimissioni del sottosegretario Francesca Barracciu («Non le ho chieste io»), per la difesa del governatore campano Vincenzo De Luca («Sto con lui, è l’unico in grado di togliere le ecoballe dalla Terra dei fuochi») e per la difesa della legge Severino («Non la cambieremo e non cambieremo neppure le regole delle primarie»). Ma sul piano politico, la domanda delle cento pistole posta dalla Gruber è: esclude l’ingresso del gruppo di Ala, guidato da Denis Verdini, in maggioranza? «Ad oggi assolutamente sì, da qui al 2018 osservo uno sfarinamento a destra che mi colpisce molto – è la risposta del premier –. Non so cosa accadrà perché negli ultimi due anni Berlusconi e i suoi hanno cambiato idea su tutto. Ma Verdini ha compiuto un gesto di coerenza sulle riforme». L’ultima battuta, però, è per il dimissionario, ma titubante, sindaco di Roma: «Cosa farà? Dovete chiederlo a Marino, come faccio a saperlo...». © RIPRODUZIONE RISERVATA