Attualità

MANOVRA. Regioni, Berlusconi «doma» la protesta

Angelo Picariello giovedì 17 giugno 2010
Silvio Berlusconi si fa carico della patata bollente delle Regioni in rivolta per i tagli. Sono le 10 e 30 quando squilla il cellulare di Roberto Formigoni. Dall’altro capo del telefono il presidente del Consiglio (al quale Formigoni aveva fatto arrivare l’altra sera un appunto riservato): governatori convocati per un vertice, nel pomeriggio, a Palazzo Grazioli. Era stato, d’altronde, proprio il governatore della Lombardia il più duro, sull’incostituzionalità della manovra, sul federalismo messo a rischio. E Umberto Bossi quest’attivismo deve averlo subìto come un’invasione di campo: «Formigoni non deve esagerare, il federalismo fiscale non viene toccato», lo stoppava il senatur, da Torino. Le parti sembrano invertite, sul federalismo. Il Pdl lancia l’allarme, mentre la Lega confida nello stellone dell’amico Giulio. «Fortunatamente – dice Bossi rivolto a Cota – lui conosce i giri romani e molto bene Tremonti, può benissimo andare a parlargli», lo incoraggia. Allo studio, da parte della Lega, ci sarebbe l’idea di un anticipo dell’introduzione dei costi standard previsti dal federalismo, a tutela delle regioni meno sprecone del Nord.I governatori del Pdl si rivolgono invece, e con ben altra determinazione, a Berlusconi. Il Cavaliere, nel pomeriggio, ascolta con attenzione le argomentazioni di Formigoni e poi anche della Polverini, prendendo appunti per tutto il tempo, voce per voce: «Così saltano i servizi essenziali, i trasporti, i fondi per le politiche familiari, gli incentivi alle imprese, l’agricoltura», dice Formigoni. «Non possiamo pagare noi per i buchi lasciati dai precedecessori della sinistra», si inserisce la presidente del Lazio. «Terremo conto delle vostre ragioni», assicura alla fine Berlusconi. «Certo – aggiunge – vi rendete conto anche voi che il saldo finale della manovra non può essere toccato, perché abbiamo preso degli impegni con l’Europa, e in caso contrario l’Italia rischia il declassamento. Ma, qui ci sono i responsabili del partito e i capigruppo – conclude il premier –, e dò la mia parola che si farà in modo che il peso che grava sulle Regioni sia proporzionato allo sforzo di tutti gli altri. Vi farò sapere già dalla prossima settimana», promette il premier, mentre con un gesto significativo piega e infila in tasca il foglietto sul quale ha preso buona nota di tutte le voci a rischio: 674 milioni per gli incentivi alle imprese, 130 milioni del fondo per le politiche per la famiglia, 249 per l’agricoltura, solo per citare alcuni punti.Conti senza l’oste, però, in assenza di Giulio Tremonti. Sarà anche per questo che il presidente della Lombardia, dopo la soddisfazione manifestata a Roma a conclusione di una due-giorni campale, al suo rientro a Milano avverte: «Attendiamo che il ministero dell’Economia riconvochi il Tavolo delle Regioni perché è lì che si devono verificare le correzioni alla ripartizione dei sacrifici, che così come sono rimangono del tutto squilibrati». «Serve un tavolo per chiarirci sui numeri», gli fa eco Renata Polverini. Ma intanto, trapela, già da stamattina al ministero dell’Economia sarà al lavoro un tavolo tecnico allargato ai tecnici delle Regioni per individuare soluzioni alternative.«Questa manovra fa del male e non cura gli sprechi in sanità», si inseriscono nella protesta i senatori del Pd Emanuela Baio e Daniele Bosone: «Si tagliano 600 milioni sul personale sanitario, 600 milioni per il settore farmaceutico e 4,5 miliardi per le Regioni, così si mettono a rischio i livelli essenziali di assistenza». «Non si capisce questo accanimento verso le Regioni», insiste Anna Finocchiaro. «Ma si fa strada una riconsiderazione delle nostre ragioni», diceva più fiducioso, a nome delle Regioni, Errani, dopo un incontro, in mattinata, con i gruppi del Senato dove la manovra da 25 miliardi è attesa dal primo, difficile, scoglio.