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Governo. Reddito di cittadinanza, uno show per la carta. Di Maio: lo Stato torna amico

Nicola Pini lunedì 4 febbraio 2019

Sul palco per presentare la prima card del reddito di cittadinanza. Da sinistra, Castelli, Conte, Di Maio, Bonafede (Fotogramma)

Lo Stato torna amico dei cittadini», sentenzia Luigi Di Maio mentre mostra la nuova Postepay, la tesserina sulla quale verrà erogato il reddito di cittadinanza. «Oggi finisce il liberismo», aggiunge un supporter dalla platea.

All’auditorium dell’Enel, curiosamente scelto come location per il lancio del sito Internet su quale dal 6 marzo sarà possibile richiedere il nuovo sussidio, è il giorno dell’orgoglio Cinquestelle. Sorride Di Maio, sorride il premier Giuseppe Conte e vai con gli applausi e i selfie. Alla fine tutti sul palco, c’è pure il ministro Bonafede e la sottosegretario Castelli e la squadra che ha lavorato al Reddito.

«In 7 mesi abbiamo trovato i soldi, scritto il decreto e oggi facciamo un altro passo avanti per smentire chi diceva che era una presa in giro», gongola il vicepremier, che cita pure una frase di Einstein contro gli scettici, prima di mettere on-line in diretta il nuovo sito «dove da oggi tutti gli italiani potranno conoscere quali documenti e adempimenti servono per accedere al Reddito».

Come la card, per l’occasione esposta in una teca: «Ecco la prova che esiste, questa è la prima, come il "Decino" di zio Paperone, e ne stampiamo tre milioni». A sancire l’"evento" anche la presenza di Conte: «Siamo tutti orgogliosi di questa misura di equità sociale – afferma il premier –. Abbiamo faticato tanto studiando le riforme simili all’estero. Ora mi auguro che saranno gli altri a studiare la nostra riforma».

L’appuntamento di ieri permette allo stato maggiore grillino di rassicurare sul fatto che l’operazione Rdc sta andando avanti come promesso, e ribadire che non si tratta di assistenzialismo ma di una misura che «ristabilisce la fiducia dopo le bastoste dell’austerity» e inietta «otto miliardi l’anno nell’economia reale» in chiave anti-recessiva.

Il tutto mentre nelle stesse ore in Senato si è avviato l’iter di conversione in legge del decreto che introduce, appunto, il reddito e le pensioni a «quota 100». Una giornata dedicata alle audizioni di istituzioni e rappresentanze sociali e dalla quale sono emerse critiche e perlessità su entrambe le misure.

«Era da tempo che serviva una misura contro la povertà ma – ha osservato il presidente Inps Tito Boeri – ci sono molte cose che non vanno. Non abbiamo gli strumenti per fare le verifiche per decidere a chi dare il reddito». E c’è il rischio così di erogarlo fino a 100mila "furbetti" che non ne hanno diritto e a cui potrebbero essere chiesti indietro fino a 10mila euro. Ecco perché «per noi sarebbe meglio aspettare di attrezzarci per i controlli, prima di erogare il reddito».

L’altro punto debole riguarda il fatto che si «fissa un livello di prestazione molto elevato per un singolo» e questo «spiazza i redditi da lavoro», con «rilevanti» effetti di scoraggiamento», tenuto conto che, secondo l’Inps, quasi il 45% dei dipendenti privati del Sud infatti ha «redditi da lavoro netti inferiori» ai 780 euro promessi.

Anche Confindustria teme un effetto anti-occupazione alla luce del «livello troppo elevato del beneficio economico»: al momento infatti in Italia, «il primo stipendio medio di un giovane under 30 è di 830 euro». E la Corte dei Conti ammonisce sul rischio di spiazzare l’offerta di lavoro legale, cioè di incentivare il nero. Gli industriali non sono contrari invece a Quota 100 perché «introduce un meccanismo di flessibilità nelle uscite» ma «occorre considerare gli equilibri complessivi della previdenza». Boeri rilancia l’allarme sui costi: se la misura non sarà rinnovate «l’aumento del debito implicito sarebbe di circa 38 miliardi. Se diventasse strutturale, l’aumento lieviterebbe a 90 miliardi».