Attualità

Intervista. De Rita: «Puntare sulla solidarietà è la nostra carta vincente»

Angelo Picariello sabato 3 dicembre 2016

Un’Italia «con nessuna banconota da 500 in circolazione e tante riposte nelle cassette di sicurezza». La fotografia che consegna il rapporto numero 50 del Censis - l’ultimo, curato da Giuseppe De Rita, stando al suo annuncio è quella di un Paese ripiegato sul presente e incapace di pensare al futuro. Con le culle sempre più vuote, sempre più poveri e un numero impensabile fino a ieri di persone che rinunciano alle cure. Eppure, per De Rita il «corpo» tiene. Un mezzo miracolo reso possibile da una economia che rafforza i suoi filoni virtuosi e da una parola importante che tiene dentro tutto: la «solidarietà». Nelle famiglie e nella società.

Che idea consegna in sintesi questo rapporto?
Un’idea di continuità, un’idea di 'continuismo vitale'. Grazie a quattro filiere globalizzate che reggono, anzi fanno passi avanti. La filiera del made in Italy, innanzitutto. Sono 40 anni che regge e ora, dopo la delocalizzazione, si torna a produrre in Italia, perché i proprietari dei marchi lo ritengono importante. Poi c’è il grande filone dell’enogastronomia italiana, l’agricoltura che da settore 'sfigato' sale in cima alla reputazione generale. Terzo settore, quello dei macchinari: c’è chi dice che siamo addirittura i primi al mondo. Infine il boom del turismo. Non c’è nessun Paese al mondo che ha, contemporaneamente, quattro filiere che funzionano.

Tutti filoni di economia sana.
Fatta di imprenditori sani, che consentono al sistema di reggere, anche sul piano internazionale. E poi c’è un quinto fattore, sul piano interno, l’aumento del patrimonio e del risparmio.

Ma questo non è indice, anche, di una minore propensione agli investimenti, di meno fiducia nel futuro?
Certo, è una ricchezza, ma anche il segno di una diminuita propensione a investire, a rischiare. Al massimo si mette a reddito la casa ereditata dai nonni per farci un bed & breakfast. E cresce il divario fra vecchi e giovani.

I poveri in aumento, i malati che non si curano, la denatalità record sono il portato della crisi economica o è anche crisi di speranza?
È la dimensione del futuro che manca. Per un mese si parla di un solo tema, poi si passa ad altro. Manca la Popolorum progressio, la dimensione del tempo. Una crisi anche di classe dirigente, ancorata alla verticalizzazione del potere.

Ma come si tiene in piedi questo Paese con sempre più poveri e sempre meno figli?
È il corpo che ha retto. La solidarietà e l’etica hanno consentito di poggiare l’uno sull’altro e di reggere tutti insieme.

Varrà anche per l’immigrazione?
È un concetto nuovo, che stiamo cercando di elaborare, anche questo. Di 'ruminarlo', senza espellerlo. In altri Paesi è stato elemento di rottura del sistema, da noi no.

Tracciando un bilancio, alla fine di questo mezzo secolo, si sente di dire che ce la faremo?
Nel ’73 Moro scrisse un articolo su L’Opinione, disse che il politico deve saper orientare la società. Andreotti su Concretezza replicò che un politico, in democrazia, non deve orientare il cittadino, ma solo rassomigliargli. Il nodo è questo. Ha vinto Andreotti, allora. Ebbe un’espressione efficace e bruciante. E se oggi Grillo dice che si deve votare con la pancia e non con la testa rappresenta in tal modo il prototipo del politico moderno che insegue gli elettori. Ma è proprio questo il sottile veleno della società italiana attuale, dove la classe dirigente non si prende più una responsabilità di guida.

Lei è moroteo.
Lo sono sempre stato, anche se i fatti danno ragione ad Andreotti. Ma l’imbarbarimento del linguaggio, in questo meccanismo di rassomiglianza, è l’elemento più preoccupante per il futuro. Serve una logica di lunga visione. Quel senso della complessità che Moro aveva. Forse ci stiamo tornando: è ormai chiaro che non si può puntare tutto sui social e sui personalismi. Chi smanetta troppo sul Web ha poco tempo per guardare i dossier. Gli unici che li leggono ancora sono i magistrati, ma le riforme non può farle la magistratura.

Non le mancherà da fare, allora, chiusa la sua esperienza di 50 anni alla guida del Censis.
In continuità col mio impegno di sempre vorrei dedicarmi alla crisi delle istituzioni, cerniera fra corpo sociale e potere. Sono saltate tutte.

A proposito, di questo Cnel che potrebbe chiudere, che cosa pensa?
Ne sono stato presidente per 10 anni e avrò avuto qualche colpa anch’io. Ma mi pare che l’istituzione si era consumata, per troppo personalismo e vicinanza al potere.

Tutti avvertiti, quindi. Sulla crisi delle istituzioni De Rita è disponibile.
Non mi aspetto che qualcuno venga a cercarmi. Desidero impegnarmi su questo e lo farò a prescindere.