Attualità

L'ESPERIENZA. Reggio Calabria, in mostra il Picasso del boss

Antonio Maria Mira sabato 3 agosto 2013
In mostra la collezione di quadri preziosi del "re dei videopoker". Succede a Reggio Calabria dove finalmente oggi riapre (ma solo temporaneamente) il Museo archeologico nazionale chiuso da quattro anni. In attesa del ritorno, più volte annunciato e ancora non realizzato, dei bronzi di Riace, gli ospiti illustri fino al 30 novembre saranno 107 quadri confiscati nel 2010 a Gioacchino Campolo, imprenditore del gioco d’azzardo legato alla ’ndrangheta. Arrestato nel 2009 e condannato nel 2011 a 18 anni per i legami coi clan, si è visto sequestrare beni per circa 330 milioni di euro. Ben 260 immobili di pregio (anche storici) in Calabria, a Roma, Milano, Taormina e Parigi, 126 locali commerciali, 56 terreni e, appunto, i quadri, opere di Picasso, Dalì ("Giulietta e Romeo"), De Chirico ("Piazza d’Italia" e "Manichino"), Ligabue ("Tigre e serpente" e "Scoiattolo"), Guttuso ("Nudo femminile 1971"), Sironi ("Studio per un nudo"), Annigoni, Purificato, Bonalumi oltre a opere del ’500 e del ’600.Una vera e propria pinacoteca che dal giorno del sequestro è rimasta chiusa nel caveau della Banca d’Italia della città calabrese. Un peccato, vista anche la funzione sociale e educativa della confisca dei beni dei mafiosi: togliere ai boss per ridare alla comunità. Campolo, grazie alla collusione con le cosche reggine e alle ottime entrature col mondo politico, era diventato il monopolista delle slot (anche truccate), con molti affari fuori regione. Imponendo le macchinette con l’estorsione. Guadagnando tantissimi soldi e in fretta. Ancora una volta grazie all’intreccio tra gioco d’azzardo (legale e illegale) e le mafie, in particolare la ’ndrangheta che insieme alla camorra ha capito subito il grande affare, legandosi a imprenditori come Campolo. Un fiume di soldi che il "re dei videopoker" ha investito in lussi, come i quadri da domani in mostra per tutti i cittadini di Reggio. Magari anche chi col gioco ha arricchito Campolo e i clan.Opere che riemergono dal caveau grazie alla collaborazione tra Procura della Repubblica, Tribunale reggino e amministrazione provinciale. La mostra che si intitola "Arte torna arte. Un patrimonio restituito", è finanziata dall’assessorato alle Politiche e Pianificazione culturale, Beni culturali e Difesa della legalità, con la supervisione della Direzione regionale per i Beni culturali e paesaggistici della Calabria. Un’occasione da non perdere. In primo luogo perché finalmente dopo tanti anni la città torna ad avere il suo museo. E poi perché si riappropria di beni, oltretutto importantissimi, accumulati grazie all’arricchimento illecito e alla "malattia" dei giocatori. È ben nota la passione dei clan per le opere d’arte, ma per la prima volta se ne fa una mostra. Da bene di pochi, chiuso in lussuose ville o in cassaforte, a bene di tutti. Come il castello mediceo di Ottaviano, confiscato a Raffaele Cutolo e oggi sede del Parco nazionale del Vesuvio e di alcune cooperative sociali. Un altro sonoro ceffone alle mafie e all’area grigia che ci convive facendo affari. Iniziativa simbolica e educativa. Non a caso all’inaugurazione della mostra parteciperà il ministro per i Beni culturali, Massimo Bray.