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Video. I Pfas diventano un caso nazionale. «Ci vuole una legge europea»

Luca Bortoli venerdì 11 gennaio 2019

C’è bisogno di una norma nazionale che fissi a zero i limiti dei Pfas (acidi di origine sintetica) presenti nelle acque potabili e negli alimenti. La mancanza di una legge ha permesso finora il disastro ambientale che a tutt’oggi coinvolge almeno 500mila cittadini veneti. Le 'mamme no Pfas' ieri erano alla Camera dei deputati e hanno incontrato il ministro per l’Ambiente, Sergio Costa, e una delegazione dei parlamentari M5s, con l’obiettivo di accelerare i tempi per arrivare a una presa di posizione forte da parte del governo su questo fronte.

Il caso è diventato dunque di portata nazionale, dopo essere approdato peraltro nei mesi scorsi anche a Strasburgo.

Il gruppo di cittadine del Veneto ha mostrato a Roma il video inviato a tutti i ministri dei 28 Paesi dell’Unione con la testimonianza di 30 famiglie che spiegano la gravità della situazione, alla vigilia della discussione sulla normativa sull’acqua potabile licenziata nei mesi scorsi dal Parlamento di Strasburgo. Il ministro Costa ha ammesso la scarsa sensibilità dell’Europa garantendo che «stiamo facendo pressione cercando di costituire una minoranza di blocco» rispetto alla riforma della direttiva acqua che ammette limiti molto più alti di quelli in vigore in Veneto per i Pfas a catena lunga e addirittura nessun limite per quelli a catena corta. Sui limiti nazionali, il ministro ha parlato ieri di «linee guida, che ora vanno al confronto con le Regioni per iniziare a fissare paletti che non ci sono» e ha assicurato un’accelerazione sul piano normativo, su cui c’è un’apertura anche dall’opposizione.

Il caso era scoppiato nell’estate 2013, quando uno studio del Cnr aveva accertato la presenza degli acidi perfluoroalchilici in enorme quantità nel bacino del Fratta-Gorzone, tra le province di Vicenza, Verona e Padova, ma non solo. Da subito, le autorità hanno indicato nella ditta Miteni di Trissino (ora fallita) la presunta responsabile delle immissioni, ma le indagini per disastro ambientale condotte dalla procura di Vicenza sono ancora in corso. Ad agitare le famiglie sono state però le gravi conseguenze che queste molecole, presenti in altissime concentrazioni nel sangue, possono avere sulla salute dei loro figli. Alcuni effetti sono già stati verificati dall’équipe dell’endocrinologo dell’università di Padova, Carlo Foresta, che ha registrato parametri biometrici (come la lunghezza del pene e la distanza ano-genitali) divergente rispetto alla media nei maschi nati da donne esposte a Pfas.

La Regione Veneto, che due anni fa ha dato il via a uno screening sanitario su 95mila cittadini, da febbraio sottoporrà le giovani nate dal 1989 al 1998 a un’ecografia alla tiroide per scongiurare la presenza di tumori. Ma che la vicenda dei veleni nelle acque non fosse solo veneta, lo dimostrava oltre cinque anni fa lo stesso Cnr, indicando nel proprio studio la presenza di questa sostanza chimica anche nei bacini del Po, del Tevere, dell’Adige e dell’Arno.

Dopo la sollevazione popolare del Nord Est, a mobilitarsi oggi sono anche i cittadini piemontesi. Venerdì 18 gennaio ad Alessandria, Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta, Pro Natura e il Movimento di lotta per la salute Giulio Maccacaro cercheranno di far chiarezza su una situazione ancora avvolta nella nebbia: «Sappiamo della presenza dei Pfas nelle acque, negli alimenti e nel sangue dei lavoratori del polo chimico di Spinetta Marengo, da dove sono finiti nel Po – spiega il presidente di Legambiente Piemonte, Fabio Dovana – ma non abbiamo altri dati. Ci risulta che analisi siano state condotte da Arpa e dalla Provincia ma, complice il processo per lo sversamento di cromo che vede coinvolto lo stabilimento Solvay, tutto rimane secretato».

La contaminazione degli alimenti (secondo vettore degli acidi) rimane una questione tutt’altro che risolta. Per quanto riguarda il Veneto, nell’aprile 2016, l’Istituto superiore di sanità aveva dichiarato le matrici alimentari sicure in base a un parere dell’Efsa (autorità per la sicurezza alimentare europea) di dieci anni fa. Efsa che però, un mese fa, ha abbassato drasticamente le soglie di Pfas tollerate. Un indirizzo che l’Istituto olandese per l’ambiente e la salute ha deciso di non seguire.