Attualità

Manovra. Pensioni, ecco le mezze verità di Salvini

Eugenio Fatigante giovedì 27 dicembre 2018

Pensionati (Ansa)

Ormai è un ritornello, quasi un chiodo fisso. Anche alla vigilia di Natale, Matteo Salvini ha trovato il modo di attaccare Avvenire, insieme ad altre testate giornalistiche. Stavolta, però, anche per il trattamento riservato alle norme giallo-verdi sulle pensioni. «Basta disinformazione, nessun pensionato prenderà un euro di meno nel 2019 rispetto al 2018, tranne quelli "d’oro"», ha scandito a favore di telefonino durante una diretta su Facebook. Il che è vero, ma si tratta di una verità solo parziale: il punto è, infatti, che il confronto non va fatto con il 2018 e che molti pensionati riceveranno, alla fine, meno di quello che avrebbero potuto prendere in un primo tempo.

Ma andiamo con ordine, e raccontiamo i fatti dall’inizio. Oltre a ricordare come sempre i «quasi 6 milioni di contributi pubblici» dati al nostro quotidiano (assieme a giornali, come ItaliaOggi, il Manifesto, Il Foglio, Libero e altre testate quotidiane e periodiche non profit o edite in cooperativa) che il governo M5s-Lega si vanta di voler tagliare, durante la diretta del 24 dicembre Salvini ha aggiunto un elemento in più: ha preso lo spunto da un servizio trasmesso dal Tg5 (definito «un pochino fazioso») per criticare quei giornali che, a suo dire, farebbero «un cattivo servizio» sulla nuova norma, inserita in Manovra, che limita la rivalutazione delle pensioni. Misura usata, peraltro solo in minima parte (nel 2019 è atteso un gettito di 256 milioni), per finanziare il pacchetto sulla previdenza finalizzato a consentire l’uscita dal lavoro a chi ha 62 anni d’età e 38 di contributi. E ha concluso la sua intemerata con un guanto di sfida: «Sono prontissimo a confrontarmi con qualunque giornalista.., il Tg1, il Tg5, il Manifesto, Avvenire, il Corriere, Repubblica, il Sole-24 ore.

A far la differenza, in questa storia, è una data: il 31 dicembre 2018. Quel giorno, infatti, sarebbe decaduta la norma che rivalutava le pensioni (con aumenti legati al maggior costo della vita: è la cosiddetta "perequazione") in base a 5 fasce di importo. E si sarebbe dovuti tornare alla situazione in vigore a fine 2011, con la "legge 388" del 2000 (vedi il grafico sotto) che prevedeva solo 3 fasce di aumenti: piena al 100% - solo per gli assegni fino a 3 volte il minimo, ovvero 1.522 euro lordi, come d’altronde sempre è stato in questi anni -, al 90 e al 75%. Fu il governo Monti a disporre, dal 1° gennaio 2012, il blocco della perequazione, sempre sulle pensioni oltre 3 volte il trattamento minimo di 507 euro. Arrivò poi il governo Letta che decise, dal 1° gennaio 2014 (con la "legge 147"), un sistema di rivalutazione suddiviso in 5 scaglioni, meccanismo che poi con la legge di Stabilità 2016 fu prorogata sino al 31 dicembre 2018.

Insomma, col nuovo anno si sarebbe dovuto tornare all’antico. E, dopo 7 anni di penitenza, anche i pensionati sopra i 1.500 euro lordi sicuramente speravano in un trattamento più benevolo nella "Manovra del popolo" da parte di un governo schierato (sulla carta) per i pensionati. Nel maxi-emendamento, invece, il governo Conte ha allungato le fasce di importo da cinque a sette: si va dalla rivalutazione al 100%, sempre per le pensioni fino a 1.522 euro lordi, fino al 40% di quelle sopra 4.563 euro lordi (9 volte il minimo). Per queste ultime quindi, pur d’importo elevato, è corretto dire che c’è - nell’adeguamento - un taglio del 60% rispetto a quanto i pensionati speravano di prendere nel 2019.

Nel corso della diretta Fb il vicepremier e ministro dell’Interno ha sbandierato una tabella, promettendo poi di pubblicarla sui social (cosa che, peraltro, al momento non ha ancora fatto): in base a questa tabella, ha detto, nel 2019 «i pensionati con 800 euro avranno 9 euro in più, quelli con mille 11 euro in più, quelli con 1.200 riceveranno 13 euro in più», e così via fino ai pensionati da 2.500 euro che avranno «21,2 euro in più». Tutto corretto, se lo si vede dalla parte del bicchiere mezzo pieno. Allo stesso modo è però corretto e legittimo, senza per ciò essere tacciati di «disinformazione» (Avvenire non ha mai scritto che ci saranno pensionati «che prenderanno meno che nel 2018», come afferma Salvini), sostenere che un cittadino con una pensione da 2.100 euro, dopo la cura della "manovra Di Maio-Salvini" vedrà sfumare nel proprio assegno quasi 5 euro al mese rispetto a quanto avrebbe potuto ricevere dopo la fine del "meccanismo Letta" (che, stando alla normativa in vigore, doveva cessare). Per una perdita cumulata di 56,16 euro nell’anno.

La Uil ha calcolato, in un suo studio, che per una pensione lorda pari a 6 volte il minimo (3.042 euro lordi) il mancato recupero dell’inflazione si traduce in una perdita di 167 euro annui, dal 2019 e per il resto della vita.

Questi sono i fatti. Che, come tali, ogni lettore può giudicare. Replicando alla sfida lanciata dal vicepremier della Lega il direttore del Tg5, Clemente Mimun, ha detto: «Salvini sa che non mancherà occasione. Faremo domande precise sui singoli punti e avrà come sempre modo di dare risposte altrettanto precise». La stessa impostazione, ovviamente, del lavoro informativo di Avvenire.