Attualità

La protesta. Paritarie, al via la mobilitazione. «Rumore educativo»

Paolo Ferrario venerdì 15 maggio 2020

Due giorni senza lezioni per le scuole paritarie

Due giorni di mobilitazione per dire al governo: «Ci siamo anche noi». Martedì e mercoledì, su iniziativa della Conferenza italiana Superiori Maggiori (Cism) e dell’Unione Superiore maggiori d’Italia (Usmi), le scuole paritarie hanno annunciato che intendono sospendere le lezioni online per attirare l’attenzione sulla grave condizione in cui versano 12mila istituti, con 900mila alunni e 180mila dipendenti. Una proposta che ha aperto un confronto dentro lo stesso mondo associativo, che rappresenta il settore delle scuole paritarie in Italia.
Lo slogan delle due giornate sarà #Noisiamoinvisibiliperquestogoverno e sarà esposto sui siti delle scuole che, al posto delle lezioni, saranno impegnate a «diffondere i temi della libertà di scelta educativa, del diritto di apprendere senza discriminazione, della parità scolastica tra pubblica statale e pubblica paritaria, della libera scuola in libero stato» e lanceranno «appelli alla classe politica perché non condanni all’eutanasia il pluralismo culturale del nostro Paese», si legge in una nota congiunta firmata dalla presidente dell’Usmi, madre Yvonne Reungoat e dal presidente della Cism, padre Luigi Gaetani.
Nel mirino c’è il decreto Rilancio – già fortemente criticato, nelle scorse settimane, dalle associazioni dei gestori e dei genitori della scuola paritaria – che prevede finanziamenti per 1 miliardo e mezzo per la sanificazione e la messa in sicurezza degli edifici scolastici, esclusivamente statali. Unica concessione, gli 80 milioni previsti per le scuole materne paritarie, a parziale copertura delle rette che le famiglie, travolte dalla crisi, non sono più in grado di pagare. Per il resto, per le scuole non statali dalla primaria alla secondaria di secondo grado, c’è soltanto la promessa di inserire ulteriori 62 milioni, strappata dalla ministra della Famiglia, Elena Bonetti, al ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri. Al momento, però, è tutto in sospeso e, proprio per sottolineare la discriminazione cui sono fatte oggetto dal decreto del governo, le scuole paritarie hanno scelto di manifestare il proprio dissenso nelle stesse giornate in cui il Parlamento sarà impegnato nella discussione e votazione della norma. Che, se non sarà modificata, porterà, secondo le previsioni delle associazioni della scuola paritaria, alla chiusura di almeno il 30% degli istituti, con 300mila alunni che si riverseranno sulla scuola statale.
«Il nostro gesto simbolico – prosegue la nota di Cism e Usmi – intende essere un “rumore educativo”, un “rumore costruttivo”. Un “rumore educativo” ed educato, che parta dalle nostre scuole ma che coinvolga i genitori dei 900mila allievi delle scuole paritarie, i 7 milioni di alunni delle scuole statali, i docenti, il personale della scuola italiana, gli amici, i cittadini facendo nostro l’appello del Presidente della Repubblica: “Ognuno di noi può e deve fare la propria parte per la liberazione dell’Italia oggi”. Vuole anche essere un “rumore costruttivo”, che obblighi i nostri parlamentari, che saranno impegnati nella discussione degli emendamenti, a non lasciare indietro nessuno».
Nella maggioranza di governo, a sostegno della mobilitazione delle scuole non statali, ha preso posizione il leader di Italia Viva, Matteo Renzi, che ha rilanciato un messaggio Twitter del deputato ed ex sottosegretario all’Istruzione, Gabriele Toccafondi: «Serve sostenere tutta la scuola, statale e paritaria: 180mila lavoratori e 900mila iscritti lasciati soli dal ministero dell’Istruzione. Meno ideologia e più coraggio».
«Battaglia in Parlamento» è annunciata dalla capogruppo di Forza Italia alla Camera, Maria Stella Gelmini: «Il decreto rilancio abbandona completamente e in modo inspiegabile le scuole paritarie, mettendo così in discussione il principio costituzionale di libertà di educazione», si legge in una nota. E la senatrice dell’Udc, Paola Binetti, punta il dito contro la scelta «ideologica» del governo, di chiudere le porte a una delle «principali risorse del nostro Paese», come la scuola paritaria.