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Caritas. L’arcivescovo Redaelli: «Paghiamo le rette alle famiglie fragili»

Paolo Lambruschi martedì 18 maggio 2021

L’arcivescovo di Gorizia Carlo Roberto Maria Redaelli, presidente della Caritas nazionale,

Nuova povertà da Covid e disoccupazione avanzano a braccetto. L’arcivescovo di Gorizia Carlo Roberto Maria Redaelli, presidente della Caritas nazionale, sottolinea come l’attenzione ora va data alle varie facce del problema lavorativo. «Anche questa rilevazione è una certificazione ufficiale della nuova povertà. È stato colpito soprattutto chi aveva un lavoro irregolare ed è stato fermato dalla pandemia. Oppure i precari o gli stagionali che hanno perso un reddito saltuario e ora si trovano in grosse difficoltà».

Chi sono i nuovi poveri?
In maggioranza sono italiani e poi le persone più fragili in campo lavorativo, vale a dire le donne e i giovani. Ci sono anche i comparti legati ai blocchi, quindi il turismo e la ristorazione, il mondo legato all’arte e allo spettacolo. Precarietà o no, qui si sono registrate grandi difficoltà.

La rilevazione segnala la crescita di una grande emergenza, l’abbandono scolastico. Quale risposta è stata data?
È un tema cruciale, più di 100 Caritas diocesane hanno distribuito strumenti per la didattica a distanza o pagato rette per la frequenza o per le mense alle famiglie impoverite e si sono potenziati per quanto possibile i doposcuola in rete.

Viene segnalata anche la crescita del disagio psichico nelle varie fasce di età, problema spesso sottotraccia. Come si sono attrezzate le diverse realtà diocesane?
Purtroppo è un disagio crescente tra gli anziani e soprattutto tra gli adolescenti, quindi di riflesso anche tra i nuclei familiari e tra gli adulti della fascia media di età. Ho visto che le Caritas hanno cercato di lavorare direttamente al sostegno oppure indirettamente con altre realtà per affrontarlo tempestivamente.

A proposito di collaborazione, si è rafforzata quella con i diversi enti pubblici?
Direi di sì, si è incrementata e si sta consolidando nel rispetto delle rispettive autonomie e competenze. In molti casi era già in corso con gli enti locali, le regioni, le aziende sanitarie perché le Caritas non hanno la pretesa di avere esclusive né di essere risolutive di tutte le realtà sui territori. Sicuramente è partita fin dai primi momenti della pandemia, con la distribuzione degli alimenti ai poveri e agli ammalati, ci siamo attivati anche su richiesta dei Comuni, i quali a loro volta spesso hanno potenziato gli empori della solidarietà e le mense. Le Caritas hanno ricevuto aiuti dalla Protezione civile e si sono coordinate con questa. Ci sono 140 casi ad esempio di diocesi che hanno avviato punti di orientamento ai servizi di Caf e patronati, soprattutto per i nuovi poveri che hanno perso il lavoro e non sanno come ottenere i vari bonus, ristori e sussidi.

Si è rafforzata l’esperienza di lavoro comune con il volontariato?
Certo era già forte ed è cresciuta con le Croci e anche quella intraecclesiale con il Volontariato vincenziano, l’Agesci, le Acli, l’Azione cattolica, i Centri di aiuto alla vita, il Banco alimentare. È cresciuta la solidarietà, ho visto aumentare il gusto del lavoro comune tra le realtà caritative. Alla Chiesa interessa che cresca nella società la sensibilità al tema del volontariato e della solidarietà anche nell’ottica post pandemica.

Una crescita controcorrente?
Direi di sì, è interessante. I nostri volontari anziani dei centri di ascolto e degli empori, ad esempio sono stati tenuti a casa prudenzialmente e sono stati sostituiti dai giovani. Ora che sono rientrati, il numero complessivo dei volontari è aumentato. Un recente articolo del professor Ilvo Diamanti diceva che il volontariato è in crisi. Invece i nostri volontari sono 93mila, raddoppiati rispetto a 10 anni fa.

Dove dovrà agire in particolare la Caritas?
Continuando il sostegno economico ai bisognosi, ma ora il tema chiave è il lavoro, un grosso punto interrogativo. Con la ripresa del turismo e del commercio paradossalmente le fasce più basse lo ritroveranno, ma non sappiamo con la ripresa cosa succederà ai lavori sostituiti dallo smart working.