Attualità

Intervista esclusiva. Padoan: «Equità a rischio se non cambia l'articolo 18»

Arturo Celletti ed Eugenio Fatigante martedì 23 settembre 2014
«Mi viene una sola parola per definire il dibattito sull’articolo 18: paradossale». Perché – spiega in un’intervista esclusiva domani su Avvenire il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan – se si guardano i numeri ci si accorge che «i lavoratori "impattati" dall’articolo 18 sono pochissime migliaia». «È vero - spiega Padoan -  sono numeri importanti perché parliamo di persone, ma irrilevanti se messi di fronte all’interesse collettivo che è più occupazione e più equità».  Il ministro manda un messaggio netto a quella che Renzi chiama la «vecchia guardia», politica e anche sindacale. «C’è un accanimento ideologico che l’Italia non si può più permettere. Il Paese si può, anzi si deve, permettere solo misure concrete. L’errore che proprio non possiamo permetterci oggi è interrompere il cammino di riforme. E il rischio c’è perché le resistenze sono forti». Padoan assicura poi che «il governo è ben cosciente che c’è l’esigenza di finanziare misure importanti all’interno della riforma, come la nuova indennità di disoccupazione e la riduzione delle tasse sul lavoro. Sappiamo benissimo che bisogna fare questo e le risorse ci saranno, pur con l’enorme fatica imposta dai vincoli di bilancio».Padoan poi batte un altro colpo: «L’Italia è ancora un Paese senza equità, dove la diseguaglianza è andata aumentando come conseguenza della crisi. Ora servono misure capaci di rompere le barriere e di aumentare l’inclusione sociale». E agli italiani assicura che, dopo la riforma, «il nuovo mercato del lavoro offrirà più prospettive di lavoro, più prospettive di investimento e di crescita e soprattutto retribuzioni più elevate. È una soluzione “win-win”, come dicono in Inghilterra».L’ultimo messaggio è alle imprese e alla richiesta del presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, di accorciare in generale i tempi: «Nei mille giorni si cominceranno a vedere i risultati. Non sono mille giorni di promesse, sono mille giorni di lavoro. Le promesse sono state già fatte, ora si tratta di mantenerle e applicarle. Squinzi dice “meglio 700”? Se le imprese credono - e dovrebbero farlo - che queste riforme cambieranno il sistema, possono accorciare loro i tempi. Serve più fiducia: se io credo al futuro, mi comporto come se fossi già nel futuro. Ci credano e ne approfittano subito, anticipino gli investimenti. Alle imprese dico: credete nell’Italia, le aspettative si autorealizzano».