Attualità

Migranti. L’Onu: piccoli passi in Libia fare di più

Nello Scavo sabato 2 dicembre 2017

È l’agenzia delle Nazioni Unite più esposta nella transizione libica ed anche quella che ogni giorno si vede tirata per il giubetto azzurro da chi cerca di appuntarsi medaglie. Ma Filippo Grandi, l’alto commissario Onu per i rifugiati, risponde alle 'sirene' con un bagno di realtà: «I tempi sono lunghi e in Libia il lavoro non è facile, è un lavoro che richiederà molto tempo». Il capo dell’Acnur è a Roma per partecipare alla conferenza margine della conferenza Med Dialogues e da qui assicura che «continuiamo a cercare di migliorare l’accesso ai centri di detenzione gestiti dalle autorità e purtroppo da altre milizie.

Abbiamo convinto le autorità a liberare un migliaio di persone, che erano in realtà dei rifugiati, dai centri di detenzione, e stiamo lavorando su almeno altre 2 mila persone». Passi avanti da non sottovalutare: «Stiamo facendo progressi». Intanto un sostegno al lavoro degli operatori sul campo potrebbe arrivare dall’esperienza dei corridoi umanitari. In una lettera inviata al presidente del Consiglio Paolo Gentiloni da Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio; Luca Maria Negro, presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI); e Eugenio Bernardini, moderatore della Tavola valdese, è stato espressa la disponibilità a realizzare corridoi umanitari dalla Libia. «Forti dell’esperienza realizzata, ci pare un’ipotesi interessante che però va considerata con la massima attenzione e prudenza: le notizie che arrivano dalla Libia non sono rassicuranti e sempre più spesso abbiamo evidenza di abnormi violazioni di diritti umani».

Una recente inchiesta della Cnn sui migranti venduti come schiavi in Libia riferisce «situazioni di cui noi abbiamo parlato da molto tempo», sottolinea di nuovo Grandi, ma «credo che abbia avuto il merito di provocare indignazione e un dibattito», oltre a suscitare «misure concrete, come la task force» approvata al vertice di Abidjan tra Unione Africana, Unione europea e Nazioni Unite. Nessuna illusione sulla situazione in un Paese non ancora pacificato e nel quale il conflitto continua anche se a intensità alternata. La situazione «resta difficile, frammentaria dal punto di vista istituzionale, pericolosa dal punto di vista della sicurezza, ma si stanno facendo passi avanti, l’Italia ha fornito molto supporto », assicura l’Alto commissario che annuncia «l’intenzione di aprire un centro di transito almeno per le persone che hanno bisogno di protezione internazionale » e per il quale «abbiamo avuto l’approvazione delle autorità libiche». Piccoli passi, appunto, ma «importanti per un lavoro che speriamo avrà un impatto positivo su queste decine di migliaia di persone intrappolate in queste situazioni disperate ».

Bisogna però alzare lo sguardo e osservare la complessità: «È importante che tutti capiscano che i flussi migratori e in particolare quello dei rifugiati, persone che fuggono da conflitti e persecuzioni e che non possono tornare a casa loro, vanno gestiti in modo complessivo, a partire dai Paesi di origine per provare a risolvere le cause che sono alla radice dei movimenti». Quando mancano dodici giorni alla scadenza dell’accordo di transizione firmato un anno fa e ancora non si annuncia né una proroga né la firma di una nuova intesa, il premier del governo riconosciuto di Tripoli è volato negli Usa per incontrare il presidente Donald Trump.

«La visita negli Usa del premier libico Fayez al Serraj rientra nel sostegno della comunità internazionale al governo di Tripoli e gli Usa sono un partner indispensabile e strategico», ha detto il vicepremier libico Ahmed Maitig rispondendo ad una domanda sull’incontro atteso oggi alla Casa Bianca. «Abbiamo visto un sostegno forte degli Usa nella lotta al terrorismo e vogliamo che ci aiutino anche per mettere fine alle nostre divisioni politiche», ha aggiunto.