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GIUSTIZIA E POLITICA. Berlusconi: «Non vedo l’ora di difendermi»

Marco Iasevoli sabato 15 gennaio 2011
Riavvolgendo il nastro si torna alle 8.45 di ieri mattina. Diretta telefonica su Canale 5, il premier appare sereno, conferma di aver preso bene la sentenza della Consulta sul legittimo impedimento, ma di colpo avverte: «I processi a mio carico sono ridicoli, non ho nulla da temere». Tutti pensano ai procedimenti Mills, Mediatrade e Mediaset che tra poco riprenderanno vigore. In realtà il Cavaliere ha già in tasca dalla notte precedente l’invito a comparire dei pm milanesi sul caso-Ruby. Un’ora e mezza dopo, però, la notizia è on line su tutti i giornali del mondo. Il già fragile castello della moderazione con la magistratura si sgretola del tutto. I legali Ghedini e Longo entrano ed escono da palazzo Grazioli, come loro Alfano e Frattini, ed ogni volta è una nota al vetriolo, una precisazione legale, una stroncatura della linea adottata dalla procura meneghina. Le bocche da fuoco azzurre, capogruppi, colonnelli e ministri sparano cannoni a raffica contro le «procure politicizzate» che lanciano «bombe ad orologeria». È come un crescendo, per lasciare di nuovo, in serata, la scena al capo. Che prende carta e penna e scrive una lunghissima lettera ai "promotori della libertà": «Mi aspettavo che dopo la sentenza della Corte attendessero almeno una settimana. Invece i pm di Milano non hanno resistito e la sera stessa mi hanno inviato il loro biglietto di auguri per il nuovo anno, inventandosi il reato di "cena privata a casa del presidente"». Ma l’ironia è forzata, sotto cova altro: «Si è superato ogni limite, stanno tentando di sovvertire le regole fondamentali della democrazia».A suo dire sono i numeri («105 indagini, 28 processi, 2560 udienze, mille magistrati intervenuti, 300 milioni spesi solo per me, 10 assoluzioni, 13 archiviazioni, 5 processi ancora in corso...») a confermare che «da quando sono sceso in campo è in atto una persecuzione politica dei pm di sinistra con la finalità di farmi fuori». Ma, ed è questo il mantra berlusconiano, «non ci riusciranno». Non solo promette che con Lega e "responsabili" farà continuare la legislatura, ma sfida i pm in campo aperto: «Non vedo l’ora di difendermi in tribunale, da come si comportano ho dedotto che sono invidiosi perché non li invito a cena». La voglia di duellare in Aula l’aveva riferita anche in privato dopo la sentenza sul legittimo impedimento, lamentando il «trattamento da criminale» che sta ricevendo, ma ora torna buona come grido di battaglia che carica i militanti. Fulmini e saette utili anche per ricordare che se non lo fanno governare c’è sempre e solo l’ipotesi-voto (Bossi docet), certo secondaria e non «nell’interesse del Paese», ma spauracchio che il premier non smette mai di agitare contro le opposizioni.Quanto detto di buon mattino con frasi brevi e televisive, in serata diventa un fiume di parole. Si parte dalla sentenza in parte positiva in parte negativa della Consulta sul legittimo impedimento, anche se resta ferma un’idea: il premier non dovrebbe perdere tempo per vicende così stupide», affermazione dalla quale si potrebbe desumere un nuovo tentativo di "scudare" il suo ruolo dai processi. Poi l’arringa tra l’ira e l’ironia contro i pm e contro la stampa che «griderà allo scandalo», con il risultato che a restare «infangati, senza che nessuno paghi alcunché», saranno lui e il Paese. E qui parte un avvertimento: «Tutto questo dimostra la necessità di intervenire con urgenza per evitare che certi magistrati possano impunemente violare la privacy comprimendo la loro libertà». È quella stretta sulle intercettazioni fallita per volere di Fini.A leggere bene, pare quasi che l’affondo sulla giustizia sia un ritocco finale su un discorso in origine dedicato solo alla politica. E infatti con la politica si finisce, con i numeri, la «terza gamba» dei responsabili, le riforme, i conti pubblici, le pensioni, la «difesa del territorio dalle intromissioni di clandestini». Una piattaforma «per la modernità» contro chi, come Fiom, vuole «tornare al passato». Contro chi, come il Pd, «è diviso e non ha una linea».