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Migranti. Medici senza Frontiere: «Non si criminalizza chi soccorre i migranti»

Daniele Zappalà domenica 3 settembre 2017

«Qualunque sia la causa delle migrazioni, in Libia migranti e rifugiati sono in pericolo e quasi sistematicamente maltrattati. Non possiamo accettare questa situazione. Ogni giorno, l’emergenza è davanti ai nostri occhi. Gli Stati europei, con i loro atti, accettano consapevolmente una politica di maltrattamenti» denuncia Bruno Jochum, direttore generale della sede di Medici senza Frontiere di Ginevra, da dove si coordinano le operazioni dell’ong umanitaria vincitrice del Nobel per la pace. Per Jochum, il vertice di Parigi sui migranti «non si è occupato delle conseguenze pratiche immediate dell’arresto dei flussi in Libia, dove c’è un bisogno urgente d’azione, anche perché cresce il rischio di vedere queste popolazioni accumularsi. Bloccando i passaggi nel Mediterraneo ed esternalizzando le frontiere, si rende il problema meno visibile, facendo credere che sia risolto. Ma gli Stati europei non possono sottrarsi alle proprie responsabilità ».


Come valuta la situazione umanitaria in Libia?
In Libia, i migranti sono considerati semplicemente come criminali. Finiscono in centri di detenzione, in un Paese senza una vera amministrazione, sostituita da vari tipi di autorità. Sono centri gestiti talora da milizie o bande. Abbiamo nostre équipe mediche che consultano in alcuni centri e la situazione è assolutamente disastrosa. Disumana. Persone ammassate in piccoli spazi. Condizioni sanitarie orribili e indegne. Abusi quasi sistematici. Estorsioni. Talvolta, persone vendute come schiavi. C’è un bisogno prioritario di accesso all’acqua. Osserviamo casi gravi di malnutrizione fra gli adulti. Respingere i flussi verso la Libia equivale a una forma di condanna.

Cosa fare per permettere il lavoro umanitario?
Con lo stop attuale dei flussi provenienti dalla Libia, sono indispensabili misure concrete di protezione e di allontanamento dal pericolo per questa vasta popolazione maltrattata. Occorrono certamente degli accordi fra Stati, ma si deve soprattutto prevedere rapidamente il modo per portar via la gente maltrattata. Non è realistico pensare che saranno creati in Libia centri pronti a trattare le persone con dignità.

Chi potrebbe occuparsi di simili operazioni?
Con veri accordi fra Stati, potranno agire anche le agenzie delle Nazioni Unite. Ma guardiamo la realtà in faccia. Abbiamo già l’esempio della Grecia, con circa 60mila persone bloccate da circa 18 mesi. Non tantissime, rispetto ad altre crisi di rifugiati nel mondo. L’Europa aveva promesso un esame accelerato per trovare alloggi, ma solo in pochi sono stati ospitati altrove. Non si è intervenuto seriamente. Se non lo si è fatto per 60mila persone in Grecia, occorre davvero una svolta per pensare di agire efficacemente in un Paese come la Libia, senza amministrazione e parzialmente in preda a una guerra civile.

In queste ultime settimane, nel Mediterraneo, Msf si è sentita nel mirino?
Abbiamo subìto accuse e stigmatizzazioni da chi ci presenta come complici dei trafficanti. È completamente falso, assurdo. Ciò rivela una volontà di nuocere, sullo sfondo di una strategia per arrestare i flussi: si negozia con la Libia e si getta discredito sui soccorritori. Non ha senso criminalizzare chi soccorre, insomma gli autisti dell’ambulanza. Tanto meno se si pensa che le Ong effettuano solo una minoranza dei soccorsi nel Mediterraneo, sempre coordinati direttamente con le autorità italiane. Msf ha un’eccellente collaborazione con la Guardia costiera italiana. Rispettiamo le leggi italiane e le indicazioni che ci giungono.

Ma criticate il codice di condotta.
Perché rivela la volontà di creare vincoli e ostacoli alle operazioni. In primo luogo, le piccole imbarcazioni di soccorso non hanno più il diritto di trasbordare i migranti verso natanti più grandi per portarli in salvo (come inizialmente previsto nel codice delle ong, poi emendato, ndr). Cosa vuol dire, concretamente? Ogni nave che salva deve far ritorno nei porti italiani. Lo scopo è far perdere tempo e far diminuire le operazioni di soccorso. Molto cinico. Il secondo punto di disaccordo riguarda la presenza di poliziotti armati sulle imbarcazioni durante le operazioni di salvataggio. Ciò crea un rischio di percezione da parte della gente salvata durante operazioni difficili, con movimenti di folla. Si vogliono stigmatizzare le Ong, che agiscono in realtà esattamente come la guardia costiera italiana o le navi mercantili. Quanto alla nostra sospensione temporanea delle operazioni, è legata alle dichiarazioni libiche minacciose verso le Ong presenti nelle acque internazionali divenute zona estesa d’intervento libico. In questa situazione, occorre tutelare le nostre squadre, anche perché c’erano già stati incidenti un anno fa con spari della Guardia costiera libica. Oggi, comunque, le autorità libiche bloccano le partenze o le intercettano.

Per voi, è in ballo pure l’immagine dell’Europa?
Far trattenere delle persone in situazioni di pericolo è grave. Ma è ciò che ha scelto l’Europa. Non è direttamente la Guardia costiera italiana o europea a farlo. Ma si è trattato con i libici affinché lo facciano. Eppure, a lungo, i Paesi europei hanno promosso e difeso le Convenzioni di Ginevra sui rifugiati, la lotta contro il traffico umano. Ma da due o tre anni, l’Europa sta facendo comprendere che respingere delle persone verso zone di pericolo non è più un grande problema. È un segnale internazionale che ci preoccupa molto. Temiamo le conseguenze di quest’atteggiamento sul diritto internazionale sui rifugiati. Di recente, osserviamo tendenze simili in Kenya con i rifugiati somali, in Burundi, Camerun, Siria. Temiamo un effetto domino su scala mondiale e l’abbandono progressivo, anche nelle società civili occidentali, di princìpi di solidarietà accettati e condivisi come solenni ancora pochi anni fa. Si rischia ormai di considerare chi fugge come un pericolo, non come persone umane che meritano della solidarietà. Ogni intervento a favore di tali princìpi, anche a livello religioso, rappresenta oggi un contributo molto positivo.