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Suor Bottani all'Onu. «Noi missionarie, da vent'anni contro la tratta delle donne»

Anna Pozzi domenica 28 luglio 2019

Suor Gabriella Bottani

Domani sarà a New York, dopo essere passata dal Libano e dal Kenya. E prima ancora da Washington. Non sta mai ferma suor Gabriella Bottani, missionaria comboniana, da quando nel 2015 è diventata coordinatrice di Talitha Kum, il network delle religiose che in tutto il mondo combattono contro la tratta di persone. Dagli angoli più remoti del mondo alle Nazioni Unite, dalle vittime di grave sfruttamento ai potenti della Terra, suor Gabriella non si tira mai indietro. E proprio per questo, lo scorso giugno, nella capitale Usa è stata premiata dal Dipartimento di Stato americano come una degli 8 'eroi' mondiali dell’anno. Un riconoscimento che condivide «con e religiose che in tutto il pianeta sono in prima linea contro questo orribile crimine», dice. Ora è di nuovo tornata negli Stati Uniti, ma questa volta al quartier generale delle Nazioni Unite di New York in occasione della Giornata mondiale contro la tratta che si celebra il 30 luglio.

Su iniziativa della missione permanente della Santa Sede presso l’Onu, infatti, domani verrà inaugurata la mostra 'Nuns Healing Hearts' ('Suore che curano i cuori'), realizzata dalla fotografa americana Lisa Kristine in occasione dei dieci anni di Talitha Kum. La mostra è stata lanciata da papa Francesco lo scorso 10 maggio in Vaticano, a conclusione dell’assemblea plenaria dell’Unione internazionale delle superiore generali (Uisg) cui fa capo Talitha Kum, una rete che attualmente è presente in 77 Paesi nei cinque continenti e che coinvolge più di duemila religiose e collaboratori.

Suor Gabriella, che cosa racconta questa mostra?

Lisa Kristine ha vissuto a stretto contatto con le sorelle in 5 Paesi, realizzando immagini sia di situazioni di vulnerabilità sia, soprattutto, di relazioni di cura e aiuto che, in fondo, è quello che caratterizza maggiormente il nostro impegno accanto a chi viene liberato e fa un processo di reinserimento sociale. Sono immagini di speranza ma anche di Vangelo vissuto nella quotidianità.

Domani sera questa mostra verrà inaugurata all’Onu…

L’Osservatore della Santa Sede presso le Nazioni Unite, l’arcivescovo Bernardito Auza, ha promosso l’evento cui parteciperà anche monsignor Marcelo Sanchez Sorondo, presidente dell’Accademia pontificia delle Scienze sociali. A dieci anni dalla nascita di Talitha Kum vorremmo far conoscere maggiormente l’impegno delle donne consacrate nella Chiesa. Un impegno cominciato all’inizio degli anni Duemila e che si è concretizzato nel 2009 nella rete Talitha Kum, con collaborazioni a tutti i livelli, soprattutto per promuovere la dignità di moltissime donne e uomini feriti da tanta violenza e disumanità.

Martedì, Giornata mondiale contro la tratta, animerete la conferenza 'Rafforzare la rete per metter fine al traffico di esseri umani', un altro evento che mira a promuovere un dialogo interattivo. Ce lo anticipa?

È un’occasione speciale per riunire tutte le realtà collegate alla vita religiosa che operano alle Nazioni Unite, ma anche per far arrivare la voce e il lavoro di chi sta alla base a coloro che fanno azioni di advocacy. In questo modo vorremmo massimizzare le risorse che ci sono già e metterle al servizio di un valore più grande.

In questi dieci anni com’è cambiato il fenomeno della tratta? E quali sono oggi i fronti più 'caldi'?

Dal 2016 la situazione è decisamente peggiorata in Africa subsahariana e in Medio Oriente. Ma dobbiamo tornare a guardare anche ad alcune aree specifiche come il Sud-est asiatico. Ci sono poi situazioni complesse in America Latina, spesso intrecciate con migrazioni forzate come quelle dei venezuelani. Tutto questo ci pone di fronte a nuove sfide. Senza dimenticare molte realtà di frontiera, come l’Amazzonia, che sono crocevia di traffici di tutti i tipi, compresi quelli di esseri umani.

Diceva dell’Africa: sta cambiando qualcosa in termini di consapevolezza e di contrasto?

Sono recentemente stata in Kenya e mi pare che le reti stiano intensificando il loro impegno anti-tratta con modalità diverse: l’accoglienza e l’accompagnamento delle persone liberate, l’identificazione delle vittime, la prevenzione aiutando le comunità a essere più consapevoli del fenomeno e ad attivarsi per contrastarlo. In Kenya il lavoro contro la tratta è cominciato negli anni Ottanta soprattutto nella zona di Mombasa-Malindi, dove spesso si lega al turismo sessuale. Oggi la rete locale sta diventando un riferimento per tutta l’Africa orientale, dove c’è un terribile traffico specialmente verso i Paesi del Golfo ma anche a livello locale, per sfruttamento sessuale, accattonaggio coatto, lavoro forzato e matrimoni precoci.

Lei è appena rientrata dal Libano. Che cosa sta succedendo lì?

Proprio nei giorni in cui ero presente è stata ufficializzata la rete locale 'Fonti della Speranza', che coinvolge donne di sei tradizioni religiose. Il Libano è un Paese di destinazione principalmente per la servitù domestica e lo sfruttamento sessuale, mentre in alcune zone persistono i matrimoni forzati.

Come è cambiato l’impegno delle religiose in questi dieci anni?

Alcuni fili conduttori sono rimasti gli stessi, come lo sforzo per la riduzione della domanda di tratta. D’altro canto, in questi anni, è maturata una lettura più ampia del fenomeno: che non ha come fine il solo sfruttamento sessuale, ma anche il lavoro forzato. Siamo cresciute molto nel comprendere che di fronte a un dramma così globale dobbiamo unire le forze. Ci è più chiaro il contributo che noi donne consacrate possiamo dare. Non più solo focalizzandoci sulle vittime di sfruttamento sessuale, ma con una coscienza trasversale e un’attenzione maggiore in tutti i servizi a cui siamo chiamate.