Attualità

MALTEMPO. «Noi, dimenticati d’Italia» L’inverno nei paradisi estivi

Claudio Monici mercoledì 23 dicembre 2009
I sole minori, oasi di pace, esistenza difficile. D’estate luoghi senza tempo, paradisi per le vacanze. D’inverno battute da vento impetuoso, e dunque necessità umane e rifornimenti affidati a collegamenti marittimi influenzati dai capricci meteo.Spesso, poi, non si fa a tempo a uscire da una "segregazione", durata anche settimane, che la piccola finestra di sole e mare calmo spalancatasi d’improvviso per garantire che una nave possa rifornire di cibo fresco e magari anche dei medici, già si chiude per annunciare altri giorni in balia delle correnti.Abitanti costretti a dipendere dalla terra ferma: un fine gravidanza da programmare come un orologio svizzero, una  visita dal dentista, una vacanza natalizia, si possono trasformare in lunghe e costose attese. Posta che non arriva per tempo e nessuna giustificazione sugli interessi di mora da pagare.La piccola Linosa, scoglio vulcanico del gruppo delle Pelagie, Lampedusa e Lampione, è una di queste vittime predestinate. Poco più di 410 abitanti, su circa sei chilometri quadrati d’isola, che da ieri si trovano di nuovo sganciati dal resto del mondo. Isolata per nove giorni, fino all’altro ieri, quando la motonave «Laurana» della «Siremar» era poi riuscita a spezzare l’assedio meteo, così da permettere il trasporto anche di decine di passeggeri da e per le isole Pelagie; ed ecco che il maltempo ha ristabilito il suo dominio.«I nostri abitanti hanno un grande spirito di adattamento, ma si sentono abbandonati. Tutti vengono e promettono qualcosa, poi se ne vanno e ci dimenticano. Bisogna saper mettere mano ai progetti veri, che esistono già e questo isolamento meteo non sarà più una spada di Damocle appesa sulle nostre teste - racconta al telefono il parroco di Linosa, don Giovanni Fragapane -. Quando un tempo i collegamenti erano garantiti da una vecchia bagnarola, navigava tutti i santi giorni dell’anno. Non c’erano libeccio né maestrale che tenevano». Un collegamento di emergenza è garantito, ma anche in questo caso dipende dall’intensità del vento, da un elicottero del 118 che staziona a Lampedusa, 25 miglia più a Sud, mentre la costa siciliana si trova a 60 miglia a Nord. Elicottero che proprio l’altro ieri è riuscito a prelevare un malato. Ma non sempre si arriva in tempo per salvare una vita umana. È successo già: un infarto è letale, una ferita che sanguina troppo anche.«Il nostro Natale sarà la riconferma di una salda vita di fede, che certo si esprimerà anche nelle difficoltà imposte dal nostro isolamento cronico - aggiunge don Giovanni -. Il pensiero, uno dei tanti, delle famiglie linosane e anche rivolto al ritorno, in tempo per la gioia della natività, dei loro ragazzi che proprio per questi nostri problemi sono costretti a studiare sulla terra ferma. Così come i malati che sono stati dimessi dagli ospedali della Sicilia, ma che non possono stare ancora con noi, se la nave non può garantire un collegamento sicuro. Non abbiamo un porto vero. Ma degli scali e se c’è troppo vento la motonave non può manovrare in sicurezza. Da nove anni io sono approdato come parroco di Linosa e ancora da molto tempo prima esistono progetti fermi che possono affrontare il nostro isolamento».Chi da Linosa parte per un giorno, anche solo per raggiungere la vicina Lampedusa con un nuovo servizio di aliscafo istituito quest’anno, rischia di rimanere bloccato per una settimana. Così accade anche per il cambio personale da garantire nel servizio di guardia medica o degli insegnanti che si alternano nelle scuole elementari.In tre mesi la nave a Linosa è riuscita ad attraccare una decina di volte, dovrebbe poterlo fare tutti i giorni tranne il sabato di riposo. Ma è anche capitato che quando è arrivata non aveva portato la posta e dunque bollette e spese rimaste inevase o concorsi statali andati perduti per sempre. «È sempre la solita storia - dice Fabio - un giovane linosano. I collegamenti navali rispettano la tabella di marcia e se il giorno di tregua meteo coincide con quello di riposo, non sempre il comandante decide di salpare per ridurre l’isolamento. Tanti anni fa la nave dei miei nonni, salpava con qualsiasi tempo, anche con mare forza sette, erano pagate a viaggio ed erano anche meno sicure di quelle moderne».