Attualità

PROPOSTA DI CIVILTA'. Un Nobel per sostenere chi accoglie la speranza

Nello Scavo giovedì 25 luglio 2013
«Lo Stato dovrebbe metterci in condizione di accogliere meglio quanti approdano a Lampedusa. Invece manca un piano d’accoglienza stabile, è assente un’idea complessiva di cosa si vuol fare dei richiedenti asilo che, per legge, non possono essere rimpatriati». Nella voce del sindaco Giusi Nicolini non si è ancora spenta l’emozione per la visita di papa Francesco a Lampedusa. Perciò, dopo l’incoraggiamento del pontefice, torna a interpellare le istituzioni.La campagna per la candidatura della gente dell’isola al Nobel per la Pace più che riempire d’orgoglio fa parlare al primo cittadino di «gratitudine e di occasione per mettersi a discutere seriamente di come intendiamo affrontare l’ininterrotta emergenza sbarchi». Per cominciare, secondo Nicolini, andrebbe archiviata la Bossi-Fini perché ha dimostrato di non poter reggere. «È possibile spendere centinaia di milioni per affrontare l’emergenza Nordafrica e poi non sapere che fare di queste persone?». Si potrebbe cominciare dal «chiedere ai comuni d’Italia di condividere l’accoglienza, questo coinvolgerebbe tutto il Paese, eviterebbe di sovraccaricare solo alcune realtà e, soprattutto, favorirebbe un’integrazione piena».Finire nei Cie, addirittura per 18 mesi, non può essere considerato un buon modo per usare il denaro pubblico e favorire l’inserimento degli stranieri nella comunità nazionale. I centri di identificazione ed espulsione stanno collassando. E non solo per l’afflusso di stranieri irregolari. «Nel carcere di Trapani si sta meglio che nel Cie di contrada Milo», denuncia l’Unione camere penali italiane che ieri ha avuto accesso nel centro trapanese in cui ha riscontrato «condizioni di invivibilità».A Bologna con il pretesto della ristrutturazione, la prefettura ha chiuso il centro, rescisso il contratto con la con l’ente gestore e non si sa quando la struttura verrà riaperta. Neanche a Modena va meglio. Il giudice delle indagini preliminari che ha confermato l’arresto di sette stranieri accusati di aver inscenato disordini violenti, ha però stigmatizzato le condizioni di vita definite «disumane» e che possono alimentare forme di protesta violente. In comune queste strutture hanno l’ente gestore. È la cooperativa Oasi, di Siracusa, oggetto un anno fa di una inchiesta di Avvenire ora confermata dalle indagini delle procure competenti. Non solo i lavoratori non vengono pagati regolarmente, e in alcuni casi non venivano pagati affatto, ma agli ospiti non vengono offerte quelle attività che perfino nelle carceri si svolgono normalmente. Insomma «un posto pieno di niente», per dirla con i penalisti che hanno visitato i Cie.A Modena il gip Paola Losavio ha trasmesso alla procura la sua ordinanza con a quale convalida l’arresto di nove immigrati coinvolti negli scontri con le forze dell’ordine, allo stesso tempo invitando i pubblici ministeri a indagare sulla gestione. Le punture di parassiti subite dagli stranieri trattenuti nel Cie proverebbero che più di qualcosa non funziona. Il giudice ha anche allertato l’Azienda sanitaria e il sindaco perché si accerti che non vi siano pericoli per la salute pubblica.Da lunedì, inoltre, è in atto un nuovo sciopero dei dipendenti de l’Oasi, che per cinque giorni incroceranno le braccia (pur garantendo i servizi minimi) a causa dei continui ritardi nei pagamenti degli stipendi oltre che condizioni di lavoro insopportabili. Da più parti il prefetto di Modena è stato invitato a seguire l’esempio di Bologna, e presto anche di Trapani, interrompendo gli accordi con la controversa cooperativa siciliana. L’Oasi si è assicurata gli appalti al "massimo ribasso", offrendo costi di gestione di circa 28 euro ad immigrato, meno delle metà di quanto non avvenisse in passato. I risultati sono ora sotto gli occhi di tutti. Perfino a Milano, il Cie di via Corelli rischia di restare senza gestore. La Croce Rossa non riesce a offrire standard di accoglienza accettabili con un costo di circa 30 euro per ospite e c’è chi teme che nel giro di qualche mese anche qui si possa chiudere. L’estate intanto avanza. E con il caldo aumentano anche i rischi di nuove rivolte.