Attualità

La scuola nella bufera. «No» alla Gelmini tra ironia e insulti

Giovanni Ruggiero e Arturo Celletti venerdì 31 ottobre 2008
IN PIAZZA. Tra le materie che non si insegnano più a scuola c'è il buon gusto. Perché, sennò, prendersela anche con la mamma del ministro Gelmini? Venature grevi hanno striato il corteo degli studenti per lo sciopero nazionale della scuola, partito gioioso, ma poi finito in tanti rivoli di intolleranza, se non proprio di provocazione, come quella degli autonomi che davanti al Ministero che accoglie l'invisa Gelmini hanno lanciato uova alla polizia che non ha reagito, proprio per evitare il peggio. Slogan volgari e offensivi si sono mischiati a quelli di una qualsiasi gita scolastica, perché per tanti ragazzi la manifestazione proclamata con tanta solennità è parsa anche, se non soprattutto, una gita inaspettata a Roma. Spensierata, proprio perché le strategie politiche e sindacali non l'hanno avvelenata; e se il "miracolo" di ieri " per dirla con Epifani della Cgil " ha unito le cinque sigle sindacali (che di solito è quanto meno un'impresa) evidente che a tanti studenti «nun poteva interessa'... de meno». Alle nove di ieri mattina, Piazza della Repubblica si è ingolfata; poi il corteo è partito alla volta di Piazza del Popolo preceduto da uno striscione "unitario". «Uniti per la scuola di tutti», diceva appunto. È andato verso Largo di Santa Susanna, ma subito, gruppi numerosi hanno preso altre strade per giungere a Piazza Barberini e da qui sotto il Pincio dove la manifestazione si è conclusa. Gli organizzatori accreditano una cifra mirabolante: 800mila persone, che però è parsa inadeguata ed il numero, d'enblée, è presto salito a un milione. Per poi ripiombare a solo 100mila nel calcolo del ministro dell'Interno Maroni. Alcuni hanno deviato il percorso per comodità, altri invece con strategie non proprio unitarie: come quella degli universitari della Sapienza che hanno circondato il Ministero pacificamente, salvo poi prendersela con la polizia. Gli slogan e le scritte offensive che non toccano solo il ministro, ma si rivolgono anche alla genitrice, li risparmiamo al lettore. Certo che c'era di tutto. Alcuni bizzarri, altri fantasiosi, altri ancora più che scontati. «Più lezione, meno televisione!»: è da condividere. Vuoi vedere che i giovani hanno finalmente capito che da certi programmi, tutto sommato, sono cosiderati alla stregua di deficienti? Alla Gelmini, di cui viene distribuito una specie di santino ed è definita "Beata Ignoranza", su un cartello danno zero in condotta; uno striscione con rimandi letterari la preferisce invece «Tre metri sotto terra». Un gruppetto di studenti, poi, si mette in proprio e inalbera la misteriosa sigla Msgb, che impensierisce la questura. Ma i ragazzi hanno la faccia pulita. È l'acronimo di Movimento Studentesco Giordano Bruno (il loro liceo). Il leader " barba incolta e capelli arruffati " precisa: «Semo er mejo». Si canta Bella Ciao e Il cielo è sempre più blu, alludendo al fatto che ieri mattina un intervallo in queste giornatacce di pioggia ha impedito che il corteo si bagnasse. Se non si vuole credere che sia stato proprio il corteo a farlo diventare blu. Altri ragazzi, invece, allegri come non mai intonano a squarciagola: «È mejo er vino de li Castelli che de 'sta zozza società». Con grave scorno di quanti sfilano affianco con l'eterna maglietta che porta effigiato Che Guevara. Al corteo partecipano anche professori e personale della scuola in rappresentanza. Ci sono anche mamme che portano i figli scolari. Tra i manifestanti appare Walter Veltroni che stringe la mano a Di Pietro (anche questo sarà un miracolo del corteo) e dice: «Il mondo della scuola chiede che ci siano decisioni ispirate veramente ad una riforma e a un rinnovamento: qui ci sono solo tagli». Fa capolino anche Bertinotti che da una vita non si vedeva a un corteo. Alle undici giunge a Piazza del Popolo. Parlano i leader delle tre organizzazioni sindacali. «Continueremo a fare un'opera costante di informazione. Il governo deve riorganizzarsi con i sindacati», dice Raffaele Bonanni della Cisl, mentre Guglielmo Epifani (Cgil) non esclude il ricorso al referendum contro la riforma Gelmini: «È uno degli strumenti, ma non la via maestra che per noi resta la lotta sindacale». Meno agguerrito Luigi Angeletti (Uil): «Bisogna evitare la strumentalizzazione politica, altrimenti a pagare saranno coloro che stanno manifestando». È stato l'Inno dei Mameli a chiudere la manifestazione, intonato dalla banda di Falerna in provincia di Catanzaro. Poi, per molti, il tutto si è trasformato in gita, almeno finché il tempo l'ha consentito.IN PARLAMENTO. «Chi occupa abusivamente le scuole, impedendo ad altri di studiare, sarà denunciato». È un messaggio chiaro, quello scandito dal ministro dell’Interno. Dove una parola, rimbalza su tutti i quotidiani online: denunciato. Roberto Maroni, però, va avanti e spiega che la situazione è sotto controllo. «Finora il fenomeno delle occupazioni rientra in manifestazioni fisiologiche di dissenso... La continuità didattica finora è garantita». Il Pd sembra non fidarsi e Pina Picierno, il ministro ombra delle Politiche giovanili, attacca: «Non è certo in discussione il diritto alla studio che va certamente garantito e tutelato. Sarebbe veramente inaccettabile, però, se le parole di Maroni avessero un intento intimidatorio allo scopo di scoraggiare la grande e pacifica protesta in corso». C’è sempre più tensione tra governo e opposizione, ma il capo del Viminale evita le polemiche e si concentra sulle ultime manifestazioni. Lo fa promuovendo a pieni voti operato delle forze dell’ordine e giudicando di gran lunga esagerato il numero di un milione di manifestanti che avrebbe partecipato allo sciopero della scuola di ieri. «Abbiamo monitorato e gestito in modo impeccabile le manifestazioni», fa sapere il ministro da Caserta. E ancora: «Ho letto che a Roma ci sarebbe stato un milione di persone. Purtroppo c’è il vezzo di moltiplicare per dieci le cifre reali... Anche 100 mila persone sono comunque tante».Veltroni non condivide quella stima al ribasso. «A Roma centinaia di migliaia di persone, professori, studenti, genitori, personale non docente, hanno dato vita ad una straordinaria manifestazione di popolo», afferma in una nota il segretario del Pd che invita il governo ad ascoltare questa protesta. «Non può restare sordo alla voce di chi nella scuola vive ogni giorno. Le misure prese con arroganza, a colpi di decreto, la finta riforma della scuola fatta tutta di tagli e di iniziative spot, sono state bocciate dal Paese», attacca ancora Veltroni. È troppo per Berlusconi. Il premier non ci sta e, a testa bassa, difende le scelte del governo e attacca l’opposizione "colpevole" di una operazione di disinformazione. «C’è una scandalosa sinistra che ha questa capacità assoluta di mentire su cose che sono di un buonsenso e di una logicità assoluta», spiega il Cavaliere. Ma la protesta cresce, i cortei si moltiplicano e in piazza – fanno notare al premier – non ci sono solo ragazzi ma anche genitori... Berlusconi scuote la testa e rilancia le sue tesi: «La sinistra dice cose che non corrispondono al vero. La nostra non è nemmeno una riforma. Dicono delle cose, ma scherziamo? I nostri sono provvedimenti di buonsenso e assunti con il buonsenso del padre di famiglia. C’è una scandalosa e grandissima capacità della sinistra di diffondere il contrario del vero». La tensione sale e Veltroni insiste confermando la «raccolta di firme per un referendum che cancelli il decreto. Una raccolta che deve avere per protagonisti i cittadini, i professori, gli studenti». È musica per le orecchie di Di Pietro che attacca con la solita durezza: «Prima hanno bloccato la giustizia, poi le funzioni parlamentari, successivamente hanno messo il bavaglio all’informazione. Ora chiudono la possibilità di un’istruzione pubblica che dia la possibilità a tutti i nostri giovani di avere una formazione del tutto plurale... È un altro tassello verso un viaggio che porta prima o poi alla dittatura». L’arma è il referendum. Di Pietro lo cavalca, il Pd sembra pronto ad accodarsi. Ma Ermete Realacci, uno dei più stretti collaboratori di Veltroni spiega: «Il referendum non è la soluzione ai problemi della scuola, però è lo strumento che consentirà di mantenere aperto il dibattito pubblico sulla scuola e sulle riforme che sono necessarie».