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Coronavirus. Locatelli (Css): distanziamento e responsabilità, le regole per la fase 2

Viviana Daloiso mercoledì 22 aprile 2020

Il distanziamento come «comandamento sociale». E prima di ogni altra cosa – le attività, i protocolli aziendali, i cambiamenti nell’organizzazione sanitaria e sociale del Paese – «la responsabilità individuale di ogni italiano». Senza cui la “fase 2” non avrà le gambe per andare troppo lontano e «rischieremmo di vanificare tutti gli sforzi fatti». Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità e membro del Comitato tecnico scientifico chiamato dal governo a gestire l’emergenza coronavirus, è uno dei volti diventati familiari agli italiani negli ultimi due mesi attraverso il Bollettino quotidiano della Protezione civile. Un tavolo scomodo, da cui è stato chiamato a spiegare e commentare il dramma dei numeri dell’epidemia di Sars-CoV-2 anche nei giorni più bui: «Penso al 27 di marzo, quando in 24 ore abbiamo registrato un numero di morti superiore ai 950».

Professore, i numeri ci dicono ormai da giorni che l’Italia sta meglio. Alla vigilia della cosiddetta “fase 2”, sulle cui regole il governo sta decidendo in queste ore, cos’è che la preoccupa di più?
L’aspetto più preoccupante è che possa diffondersi la percezione collettiva d’essere fuori da una situazione emergenziale. È indubitabile e indiscutibile l’esigenza del governo di far ripartire le attività non essenziali e favorire un ritorno a una forma seppur blanda di socializzazione, a cui è legata la qualità della vita di tutti noi. Ma questo non significa che l’emergenza sia stata superata. Voglio essere chiaro da subito: la stella polare della “fase 2” saranno i nostri comportamenti, all’interno di una ripresa graduale e cauta che si fonda sulla responsabilità di ciascuno di noi. E su un nuovo comandamento sociale a cui tutti dovremo rispondere: il distanziamento fisico. Senza questi punti fissi, vanificheremmo tutti i risultati ottenuti.

Prevede anche lei una seconda ondata di contagi, magari in autunno?
Non la prevedo affatto. Dico con chiarezza che se ci sarà una seconda ondata – e quando – dipenderà molto da quanto sapremo gestire come sistema Paese la riapertura. La “fase 2” sarà sicuramente meno dolorosa della “fase 1”, ma molto più difficile. Le scelte che saranno prese andranno strettamente e costantemente monitorate.

Sarà una riapertura su base regionale o su base nazionale?
Mi permetta di sottolineare qualcosa che a mio avviso non è stato valorizzato abbastanza. Mi riferisco alla scelta del governo di chiudere tutte le Regioni, nonostante fosse chiaro dall’inizio che i focolai più virulenti si concentravano al Nord. È questa scelta che ha preservato e risparmiato il resto del Paese dall’epidemia. Per questa ragione io sono convinto che anche ogni strategia futura debba essere nazionale. Differenziare, in questo caso, non premia.

Da medico, crede che qualcosa non abbia funzionato nella gestione dell’emergenza da parte del Sistema sanitario nazionale o dei sistemi regionali? In queste settimane sono stati lanciati diversi atti di accusa, s’è parlato di un’eccessiva ospedalizzazione della medicina, specie in Lombardia.
Tutti i sistemi sanitari del mondo sono stati messi a durissima prova da Sars-Cov-2. Io ho visto piuttosto le capacità del nostro Ssn: pensiamo alle terapie intensive, nello spazio di pochi giorni sono passate da 5mila a quasi 9mila posti disponibili. Abbiamo avuto la capacità di affrontare quel che stava accadendo. Il punto, ora, è mantenere quello che abbiamo costruito. È mantenere quei posti, così da garantire una gestione ottimale dei malati. Quanto alla medicina territoriale, senz’altro deve essere ripensata, come la telemedicina. Diciamo così: la grandissima tragedia che abbiamo vissuto può offrirci l’opportunità per rinforzare il patrimonio unico che è il sistema sanitario universalistico e solidaristico. Anche Con Aifa, per esempio, è stato fatto un lavoro straordinario e tempestivo per l'avvio degli studi sperimentali sui farmaci: non era scontato, siamo diventati un modello per gli altri Paesi.

Una “app” – che ora a dire il vero sta creando non poche polemiche – ci salverà?
Sono d’accordo con la posizione tenuta sin dall’inizio dal ministro della Salute Speranza: una “app” è utile, ma non è uno strumento salvifico. Che poi debbano essere fatte tutte le valutazioni del caso affinché rispetti la privacy e garantisca una cybersecurity, è indispensabile. Trovo, insomma, che il dibattito in corso sia un passaggio fisiologico.

Franco Locatelli: Le immagini delle bare portate via da Bergamo? Sono nato in quella città e così qualche giorno dopo, ho deciso di tornarci. - .

Perché si è parlato così poco dei bambini, anche rispetto alla “fase 2”? Il dibattito sull’«ora d’aria» per i minori è stato quasi un tabù e fatta salva la pianificazione dell’esame di maturità, sul fronte della scuola alle famiglie è sembrato che ci si sia occupati poco dei più piccoli.
Non è così, anzi. L’attenzione ai bambini è stata largamente prestata sia nel Comitato tecnico scientifico sia nel confronto col decisore politico. La scelta di non riaprire le scuole per esempio – di cui io sono stato primo e convinto assertore – è stata molto meditata e infine presa sulla base di modelli statistici precisi, che ci indicavano come ciò potesse incrementare l’indice di contagiosità. C’è attenzione e ci sarà una parte del prossimo decreto espressamente dedicata ai bambini: l’orientamento, posso anticiparlo, è di un ritorno a una forma di normalità. È chiaro però che un conto sarà consentire loro di uscire, un conto è progettare centri estivi o un ritorno negli oratori. Non bisogna fare confusione: assembramento e aggregazione non potranno essere in nessun caso consentiti.

E a settembre?
Abbiamo tempo. Da qui a settembre contiamo che quell’indice di contagiosità scenda ulteriormente fino a toccare lo zero: se pensiamo che siamo partiti a fine febbraio dal 3,8 (una persona ne contagiava 3,8, ndr ) e ora siamo sullo 0,8 ci sono buone speranze di arrivare a quel traguardo. Nel frattempo bisogna ripensare gli spazi e i modi della scuola.

Professore, perché i morti non diminuiscono ancora?
I morti artigliano le nostre coscienze e sensibilità. Non diminuiscono ancora come vorremmo, ma sono diminuiti e quasi della metà: il 27 marzo eravamo sopra i 950, per due giorni consecutivi siamo stati sotto i 500, ora siamo tornati leggermente sopra. Non sono uno che fa previsioni, non le ho fatte dall’inizio, ma mi sento piuttosto sicuro nel dire che già nel corso di questo fine settimana vedremo questo numero scendere sui 350. È un dato che scende più lentamente rispetto a quello dei contagi per via delle caratteristiche intrinseche del Covid-19: si tratta infatti di una malattia che porta a un progressivo deterioramento della situazione fisica, è perciò normale osservare decessi a una distanza di tempo maggiore.

Lei è di Bergamo, che effetto le ha fatto veder sfilare i carri dell’esercito carichi di bare per le vie della città?
È stato un momento straziante. Qualche giorno dopo, appena ne ho avuto occasione, ho deciso di andare di persona a Bergamo: sono salito a bordo di un volo partito da Pratica di Mare con i primi medici volontari che si erano fatti avanti con la Protezione civile. Sentivo il bisogno di testimoniare fisicamente la mia vicinanza e quello di emanciparmi dal dolore in una costruzione fattuale: l’ospedale degli Alpini, eretto in appena una settimana. Vedere quel miracolo, e la sobrietà e la dignità con cui si affrontava quella tragedia, è stato uno dei momenti emotivamente più forti della mia vita. Quella voglia di reagire è valsa molto di più di tante sterili polemiche.