Attualità

Coronavirus. All'ospedale Niguarda di Milano, con i medici in trincea

Paolo Viana mercoledì 21 ottobre 2020

Il più grande ospedale di Milano sospende l’attività chirurgica per far posto ai malati Covid. All’accettazione del blocco Sud si fa la fila come in un giorno qualsiasi e dal bar arrivano ancora refoli di pizza margherita, ma tra i primari è già scattato l’allerta tsunami. «Fate presto, la malattia sta galoppando veloce»: Roberto Fumagalli, direttore del Dipartimento di Anestesia e Rianimazione dell’Ospedale Niguarda e professore all’Università Bicocca, guarda in faccia la morte da quand’era uno specializzando, eppure oggi è molto, ma molto preoccupato per l’escalation di ricoveri Covid-19.

La decisione di sospendere tutte le attività chirurgiche, ad eccezione di quelle oncologiche, assunta ieri pomeriggio dalla Direzione generale, annuncia di fatto la riattivazione, decisa dalla Regione per le prossime ore, del contrastatissimo ospedale della Fiera, progettato da Guido Bertolaso. Ma soprattutto, squarcia il velo sulla vera urgenza, che è quella di potenziare la rete ospedaliera per aumentare i posti letto necessari ai ricoveri dei casi meno gravi e che vanno gestiti per evitare che il dramma sfoci in tragedia. Nei blocchi di Niguarda sono già stati convertiti sei reparti, oltre a una terapia intensiva. Secondo il Piano ospedaliero regionale approvato il 16 giugno, ci sono 1.550 posti Covid, di cui 150 di intensiva. Siamo ormai agli sgoccioli.

«Se mi aveste chiesto dieci giorni fa come stava andando – ci spiega il direttore delle Malattie infettive Massimo Puoti – vi avrei risposto che era tutto, più o meno, sotto controllo. In due settimane il quadro è radicalmente cambiato: la malattia progredisce sotto i nostri occhi e malgrado i nostri sforzi. Questa è un’epidemia che cambia in fretta». Ma non come si vorrebbe: «Le mutazioni del Covid-19 sono ancora un argomento da convegno scientifico – conferma il medico – mentre non vi sono evidenze conclusive che il processo di mutazione di Sars-Cov-2 ne diminuisca la pericolosità».

Ufficio Stampa dell'Ospedale Niguarda

Nella trincea milanese si tiene la testa bassa. Si aspetta che inizi a urlare la mitraglia. Mentre l’attività diagnostica e terapeutica prosegue in un clima di apparente normalità, il Pronto soccorso fa fronte, sempre più a fatica, alle ondate di malati Covid. Due a settimana qualche mese fa e quaranta al giorno oggi. «Ciò che ci preoccupa veramente – spiega l’infettivologo – è l’elevata contagiosità ed anche la sua irregolarità. Il 60% dei positivi non contagia nessuno ma l’8% è in grado di contagiare dieci volte tanto, anche se molto dipende dall’ambiente in cui ci si trova». La mutazione c’è stata, ma è epidemiologica: fino alla primavera, il virus circolava in modo focalizzato solo in alcune aree del Paese, mentre oggi siamo alle prese con una pandemia diffusa: «Non abbiamo più grandi eventi di contagio, ma focolai a livello famigliare» dice Puoti. Si capisce che i medici attribuiscono la responsabilità di questa recrudescenza ai giovani. Sono loro gli untori, che si accalcano di sera nei locali e non usano correttamente la mascherina; sono loro che tornano a casa carichi di particelle virali; sono loro da educare, ma non soltanto loro. «Potrebbe essere utile anche un lockdown degli anziani e delle persone fragili – osserva Puoti – ma solo se si riuscisse ad attivare un supporto sociale ed economico, perché non si possono chiudere in casa i vecchi e lasciarli soli.

Quest’emergenza si supera cambiando mentalità sociale». A decidere, sottolinea, dev’essere la politica, sulla base dei dati forniti dai tecnici. E poi, la previsione che raggela: «Fino a fine novembre la curva dei contagi potrebbe crescere e dopo dipenderà dai comportamenti della popolazione».
In reparto, peraltro, si lavora meglio, rispetto a marzo. Non ci sono, oggi come allora, antivirali specifici, ma almeno si sa come usare il cortisone e il remdesivir – sempre che non finisca – e soprattutto «sottoponiamo i pazienti a terapie anche sperimentali ma sempre nell’ambito di un protocollo randomizzato, cioè non si segue più l’approccio empirico, che in certi casi, obiettivamente, era inevitabile» spiega Puoti.

Se gli Infettivi e la Rianimazione sono la prima linea, in realtà tutto Niguarda è in tensione; per rendersene conto basta qualche minuto di colloquio con il direttore del Cardiocenter, Cristina Giannattasio. «Stiamo proseguendo l’attività normalmente – ci dichiara – ma abbiamo già ridotto i ricoveri non urgenti. Il clima è di grande preoccupazione anche se non di isteria collettiva, tant’è vero che anche i pazienti delle cardiologie, diversamente da marzo, stanno venendo regolarmente in ospedale per effettuare i controlli periodici; cioè non avviene quella fuga per paura del contagio che ci aveva impensierito, per le conseguenze che può avere la sospensione dei controlli su un soggetto cardiopatico». La fondazione De Gasperis, che sostiene il Cardiocenter, ha già avviato una raccolta fondi online, che ha raggiunto i due terzi dell’obiettivo, per l’acquisto dei dispositivi di protezione individuale. Ciò che non può fare la società civile è moltiplicare medici e infermieri, di cui inizia ad esserci penuria anche nel grande ospedale metropolitano (oltre 4000 dipendenti), visto che si prospettano diversi mesi di emergenza. «Rispetto alla scorsa primavera – ammette Fumagalli – siamo più attrezzati a fronteggiare il virus, ma siamo anche più stanchi e dobbiamo mettere in conto una guerra più lunga. Ho appena finito una riunione con medici e infermieri: avverto un pericoloso senso di impotenza e di essere poco considerati, come se gli “eroi” di marzo – che allora avevano rivendicato di non essere eroi ma professionisti – oggi siano stati completamente dimenticati. È questa la situazione in cui mi trovo a chiedere loro un nuovo, importante sacrificio…».

Ufficio Stampa dell'Ospedale Niguarda

Ad oggi, nel nosocomio milanese sono ricoverate per il coronavirus 169 persone, tredici delle quali sono state intubate in Rianimazione. Una contabilità che cresce di ora in ora e spaventa anche chi è abituato a confrontarsi con la morte: «Non ci si abitua mai a vedere un paziente, magari giovane, aggravarsi così in fretta come sta avvenendo di nuovo con questo coronavirus» spiega il primario di Anestesia. Il quale auspica che la medicina territoriale riesca a fronteggiare la prossima ondata, quanto meno come frangiflutti, perché i pronto soccorso potrebbero non reggerla. «Ho tre figli e sei nipoti, ma sono preoccupato per la situazione generale più che per me stesso e per la mia famiglia – ci racconta Fumagalli – e chiedo a chi decide di essere estremamente rapido, perchè la malattia sta galoppando a velocità elevata. Se, sulla base delle evidenze scientifiche e delle valutazioni che può fare solo la politica, si debbono assumere delle ulteriori decisioni di contrasto della pandemia lo si faccia subito. Si faccia in fretta». Perché questo potrebbe essere un lungo inverno.