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Il caso del ginecologo licenziato a Napoli. «Negare le cure non è mai obiezione»

Luciano Moia venerdì 23 novembre 2018

La Asl Napoli 2 Nord sta valutando l’invio in Procura e all’Ordine dei Medici degli atti relativi al licenziamento senza preavviso di un ginecologo in servizio al pronto soccorso dell’ospedale San Giuliano di Giugliano, in provincia di Napoli. Il medico è stato licenziato per omissione di assistenza nei confronti di una paziente alla diciottesima settimana di gravidanza, giunta al pronto soccorso una notte dello scorso luglio in gravi condizioni e con aborto farmacologico in fase già avanzata. Ad effettuare l’operazione è stato un altro ginecologo, non in servizio né reperibile, che si è precipitato in ospedale salvando di fatto la vita alla paziente. Il medico – spiegano dalla Asl – non ha fornito spiegazioni per giustificarsi, né (contrariamente a quanto si era detto in origine) si sarebbe appellato all’obiezione di coscienza; per cui, dopo un’istruttoria del Consiglio di disciplina durata alcuni mesi sentendo le persone a conoscenza della vicenda, si è giunti alla sanzione più severa.

«Il medico obiettore che si rifiuta di assistere una persona che sta male, anche se questa persona ha appena compiuto un atto eticamente inaccettabile come l’aborto, compie un gesto inumano, anticristiano e incompatibile con la deontologia professionale». Salvino Leone, medico, docente di teologia morale e bioetica alla Pontificia Facoltà teologica di Sicilia, oltre che marito e padre, non usa troppi giri di parole per valutare la scelta del medico dell’ospedale di Giugliano. «Se le cose sono davvero andate come riferiscono le cronache, la scelta di questo medico – spiega – è un pessimo servizio al principio dell’obiezione di coscienza, ma anche alla medicina, al rispetto per la persona e al Vangelo. In questo caso sembra che si tratti di un aborto spontaneo, ma anche se fosse stato indotto chimicamente, la legge dice chiaramente che l’obiezione non esonera dall’intervento né prima né dopo. Si tratta di un comportamento che anche sul piano umano non ha senso. Io, medico che vedo un tossicodipendente in crisi non devo soccorrerlo solo perché sono consapevole che poco prima ha assunto delle sostanze? Inaccettabile, anche se naturalmente disapprovo la scelta di drogarsi».

Fin dove può spingersi il comportamento del medico obiettore di coscienza nella sua scelta 'non interventista' per essere coerente con la scelta compiuta?
La legge è molto chiara ma in questo caso interpreta perfettamente anche l’etica. L’obiezione di coscienza è scelta dettata appunto dalla coscienza nei confronti di un comportamento considerato un male, in questo caso l’aborto. Ma assistere una donna dopo che ha compiuto un aborto e ha bisogno di essere soccorsa, diventa un bene. Non farlo è male. Il medico non può diventare il giudice di quella persona. Non può decidere che il suo comportamento negativo dev’essere sanzionato con la privazione dell’assistenza. Non può dire: ti lascio morire e ti procuro un danno ancora più grande.

Quindi la decisione dell’ospedale di licenziare questo medico può essere condivisa?
Se le cose sono andate in questo modo certo, hanno fatto benissimo. Anche perché il suo comportamento in quella circostanza è stato assolutamente contrario alla nostra deontologia. Di fronte a una persona che sta male, il medico non guarda al pregresso, ai comportamenti che hanno determinato quella situazione, ma alla situazione in sè e lì c’era una donna bisognosa di aiuto. Questa è vera e propria omissione di soccorso. Siamo di fronte al tradimento della missione del medico, ma anche al tradimento dell’obiezione di coscienza.

Non può essere che questo dottore abbia temuto di venire meno alla sua scelta etica?
Ma no, questo è un comportamento dettato da un integralismo pseudoreligioso che, se i fatti venissero confermati, non c’entra proprio nulla con l’obiezione di coscienza. In nessun caso il medico, di fronte a una persona che sta male, può astenersi dall’intervenire.

E se il medico ritenesse in coscienza che non solo non c’è pericolo di vita, ma che l’intervento di cura può essere dilazionato e successivamente prestato da un medico non obiettore? Anche in quel caso non dovrebbe tirarsi indietro. Il medico non interviene solo quando c’è pericolo di vita ma presta sempre le sue cure per la salute della persona. Anche in questo caso specifico un intervento sarebbe stato opportuno per aiutare questa donna a riflettere sul gesto compiuto, per capire le ragioni che l’hanno convinta a quella scelta e magari per evitare che in futuro la possa ripetere.

Anche l’obiezione quindi deve essere guidata dal discernimento, dalla valutazione caso per caso?
Certo, un conto è la scelta di non collaborare a un atto ritenuto illecito come l’aborto volontario, ma tutto ciò che viene prima o dopo non rientra nell’obiezione di coscienza. Un medico obiettore cura la donna che ha compiuto l’aborto. Se deve somministrarle un farmaco analgesico o antiemorragico, lo fa. Se deve scrivere la cartella di dimissioni, la scrive. Rifiutarsi di farlo sarebbe una forma di cattiveria, non di coerenza. L’obiezione di coscienza ha l’obiettivo di rispettare la persona. I comportamenti che abbiamo descritto non rispettano la persona.

Forse capitano questi episodi perché si confonde l’obiezione di coscienza con la valutazione in coscienza del caso specifico?
L’obiezione è una scelta morale ben precisa che rifiuta la cooperazione diretta o indiretta al male, sempre commisurata alla realtà e alla verità della situazione. Ecco quando parliamo di etica la virtù del discernimento è fondamentale. Il rigorismo morale è sempre inaccettabile ed è stato condannato dalla Chiesa.