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IL CASO SIENA. Mps, tre procure cercano conti segreti

Nello Scavo domenica 4 agosto 2013

Il ciclone Antonveneta non ha ancora esaurito i suoi effetti. L’inchiesta di Siena sul Monte dei Paschi e la spericolata acquisizione della banca patavina ha favorito nuovi spunti investigativi. Già si parla di "Antonveneta2", un filone che vede cooperare la procura di Siena con quella di Roma. Si tratta dei magistrati capitolini che indagano su don Nunzio Scarano (l’ex capo-contabile dell’Apsa) e che, grazie alla proficua collaborazione con le autorità vaticane, sta permettendo di far luce sull’utilizzo improprio di alcuni conti presso lo Ior.

Il nome di Scarano e degli ex vertici di Mps, tra cui l’allora presidente Giuseppe Mussari e il suo braccio destro Antonio Vigni, compaiono anche in una inchiesta della procura di Salerno sul fallimento del pastificio "Antonio Amato". I pubblici ministeri che stanno investigando su queste vicende si sono scambiati informazioni che dopo l’estate porteranno a nuovi procedimenti. Del resto il pm di Siena Antonio Nastasi non ha mai smentito l’ipotesi di un indagine parallela, limitandosi al consueto «no comment».

L’indagine principale si è chiusa a Siena senza alcun addebito agli organi di vigilanza e a Bankitalia. In uno dei lunghi interrogatori davanti ai magistrati (Antonino Nastasi, Aldo Natalini e Giuseppe Grosso), l’ex direttore generale di Mps, Antonio Vigni, ricorda una riunione a Roma nella sede della Banca d’Italia. «Partecipammo io e Mussari per la banca, il governatore Draghi, la dottoressa Tarantola, i dottori Saccomanni e Clemente». Mussari, racconta Vigni, spiegò l’operazione nei suoi dettagli, «anche sotto il profilo del finanziamento e dell’aderenza al piano industriale». Vigni riorda che «ci dissero di non mettere loro fretta nella valutazione dell’operazione e nella procedura di autorizzazione, che dovevano essere rispettati i ratios patrimoniali» e che «in mancanza di questo non ci avrebbero autorizzato». Banca d’Italia, secondo i magistrati, fu raggirata proprio da Mussari e Vigni, accusati di aver nascosto a Palazzo Koch documenti essenziali per riconoscere le criticità dell’operazione.

La lettura delle 30mila pagine depositate dai magistrati senesi a chiusura del principale filone investigativo, riserva molte sorprese. Alcune di ordine "tecnico". Più volte i pm avevano chiesto al gip l’autorizzazione ad effettuare intercettazioni telefoniche e, quasi sempre, il giudice le ha negate. Costringendo i magistrati a lavorare pressoché esclusivamente sull’acquisizione di documenti e di testimonianze.

Molti dei soggetti sentiti, come indagati o in veste di persone informate sui fatti (tra cui Mussari e Vigni) hanno dichiarato che «non ci fu nessuna pressione politica» per riportare in Italia Antonveneta, acquistata per una decina di miliardi dagli spagnoli di Santander (cifra che con gli interessi e le spese verrà quasi triplicata). Il ricorso ai politici, però, non si sarebbe fermato neanche dopo l’esplosione dello scandalo bancario. L’ex sindaco di Siena Franco Ceccuzzi (Pd), sentito come testimone, per un verso dice di non aver mai discusso con Mussari dell’acquisto di Antonveneta»; per l’altro però, agli stessi magistrati ha raccontato di come lui informò i vertici del Pd, in particolare Pierluigi Bersani e Massimo D’Alema, sulle nomine di un anno fa per il rilancio della banca: prima quella del nuovo dg Fabrizio Viola, e poi quella del presidente Alessandro Profumo, chiedendo l’intervento di D’Alema per convincere Profumo ad accettare.

Dal suo canto Francesco Rutelli, citato in alcuni interrogatori, ieri ha spiegato di non essersi «mai occupato di decidere le nomine del Monte dei Paschi: non è mai stato mio compito, né mia competenza, come sa perfettamente chiunque conosca la situazione senese e toscana. Aggiungo: per fortuna. Nel 2006 (quando bisognava nominare alcuni dirigenti, ndr) fui semplicemente informato della decisione presa dai maggiorenti locali».