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Il voto europeo. Monti: «Voglio anch'io il sovranismo. Ma uno europeo»

Eugenio Fatigante mercoledì 29 maggio 2019

Economista e senatore a vita. Mario Monti è senatore a vita dal 9 novembre 2011, una settimana prima di quando Giorgio Napolitano gli affidò l’incarico di formare un governo che durò fino al 28 aprile 2013 (di cui fu anche ministro dell’Economia per un anno). Economista, presidente dell’università Bocconi dal 1994, è stato commissario europeo per il Mercato interno nel "governo" Santer (1995-1999) e commissario per la Concorrenza fino al 2004 sotto la guida di Romano Prodi.

Le ultimissime intemerate di Matteo Salvini sull’Europa e la Bce trovano un Mario Monti allarmato. Tuttavia, l’ex premier negli anni 2012 e ’13, quelli della 'grande crisi' dei debiti sovrani, senatore a vita, non è meno determinato del vicepremier leghista e ministro dell’Interno, pur così lontano da lui nella proposta politica, nel sostenere l’«urgenza» ora di una profonda revisione della costruzione europea: «Prima o poi bisognerà approdare a una nuova conferenza intergovernativa », per una revisione dei Trattati. E si definisce paladino di «un sovranismo, sì ma europeo».

Professore, dopo il 34,3% ottenuto alle Europee Salvini chiede di rivedere le regole europee, per puntare di più all’obiettivo lavoro, e anche di ridiscutere il ruolo della Bce.
La priorità dell’occupazione non è nuova, è presente in tutte le dichiarazioni della Ue da anni. Credo che, per un governo che ha una nuova forza elettorale da spendere ai tavoli europei, piuttosto che lanciarsi in esercizi ambiziosi che mirino a ridiscutere dalle fondamenta la politica economica europea sia più proficuo concentrare il fuoco su piste già aperte, ma alle quali alcuni Paesi - penso alla Germania e all’Olanda - si sono tenacemente opposti.

Allude allo scorporo degli investimenti pubblici dal Patto di stabilità?
Sì, a esempio. Davanti a rivendicazioni più ambiziose, la prima cosa che verrebbe obiettata al governo italiano sarebbe la seguente: in Europa quei Paesi che hanno prodotto più crescita e occupazione non sono stati quelli che hanno avuto più debito e disavanzo. È una ricetta che abbiamo visto e che ha già fallito, anche in Italia. Inoltre credo che non convenga prendere di mira la disciplina di bilancio in quanto tale, contestandone il principio, magari chiedendo l’abolizione del Patto di stabilità; bensì concentrarsi su quelle lacune, quelle pecche, quelle carenze di razionalità che ci sono nelle regole in materia. Difetti riconosciuti anche da Paesi che comprendono l’esigenza della disciplina di bilancio, ma allo stesso tempo vogliono una maggior attenzione ai temi degli investimenti e dell’occupazione. Un Salvini forte potrebbe contribuire a far fare un passo avanti alle regole europee, con vantaggio generale.

Consiglia di cambiare strategia?
Insomma, un governo che intendesse essere più assertivo, dovrebbe concentrare le energie non su gesti clamorosi, destinati magari a suscitare forti applausi in Italia ma nessun cambiamento effettivo, bensì su qualche proposta, apparentemente più modesta, ma sulla quale tessere alleanze capaci di condurla a realizzazione.

E la natura della Banca centrale europea?
Bisogna tener presente che l’istituto di Francoforte ha già fatto negli anni scorsi quello che anche altri hanno chiesto prima che Salvini si appassionasse a questi temi, contribuendo a tenere bassi i tassi d’interesse e gli spread, che oggi è alto infatti solo in Italia, soprattutto per le dichiarazioni incaute che periodicamente e inutilmente turbano i mercati. Fu proprio su spinta dell’Italia, con uno dei governi che Salvini ama descrivere come inginocchiati di fronte alla Merkel, che nel Consiglio Europeo del giugno 2012, con la cancelliera tedesca messa all’angolo, si crearono le condizioni politiche che avrebbero di lì a poco facilitato la svolta di Mario Draghi. Se si vuole la continuazione di una politica monetaria più accomodante consiglierei di abbassare i toni sulla Bce. Alzarli, specialmente da parte italiana, diventa la miglior garanzia che venga scelto un 'falco' come successore di Draghi.

Quali aspetti l’hanno più colpita del voto?
Per la prima volta abbiamo visto quell’Europa politica invocata per decenni dagli europeisti, ma anche dai sovranisti come un contrappasso rispetto a quella che loro chiamano l’Europa dei tecnocrati. È un esito dovuto alla maggior affluenza a livello europeo e a un dibattito che si è concentrato sui temi europei ben più di quanto avvenisse in passato. Ora, è un po’ più difficile sostenere che l’Europa procede senza la partecipazione dei cittadini.

Non c’è stata l’ondata sovranista, ma una avanzata sì. Più una nuova opportunità o un rischio?
La loro avanzata è certo una minaccia per la Ue. Stavolta non è stata vincente, però questo non deve indurre a un atteggiamento - che sarebbe sbagliato - di scampato pericolo, per tornare così a una gestione della 'normalità'. Altrimenti, la prossima volta prenderanno la maggioranza in Europa. Questo voto chiama in realtà proprio gli europeisti a un esame di coscienza. È stato reso visibile che l’Europa, così com’è strutturata ora, non agisce come dovrebbe. E non è solo una questione di assetto delle istituzioni e di poteri. Occorre anche che chi crede nell’Europa sia disposto a pagare dei prezzi per costruirla. È necessario un movimento dei cittadini per impedire a chi governa i singoli Paesi di contrastare la costruzione dell’Europa al fine di mantenere più spazi di potere per se stessi.

Come va 'vissuta' allora l’Unione Europea?
Se vogliamo ragionare in termini di 'sovranismo', direi che può essere vista come una nuova tappa di sovranismo. Non proteso alla conservazione in ambito nazionale di quella che in molti campi è ormai una parvenza di sovranità, inefficace davanti ai giganti mondiali, ma declinato in chiave europea per affermarvi un percorso di aggregazione pari a quello che portò, uno o due secoli fa, al formarsi degli stati unitari. Occorre non giocare più con la Ue: è una conquista per la quale i cittadini devono esigere il rispetto da parte dei loro governanti. I politici non possono più fare quello che David Cameron in Gran Bretagna ha fatto più di tutti gli altri, usare cioè l’Ue per motivi di interesse di partito e personale, finendo col provocare la disfatta del partito con- servatore e la Brexit. Servono, insomma, meno Cameron e più Helmut Kohl, ovvero persone che nella propria attività politica si battano per far avanzare l’Europa, anche se questo può comportare scon- fitte elettorali, come accadde appunto a Kohl, che si ritirò dalla politica avendo perso le elezioni del 1998, ma dopo aver fatto approvare in Europa il progetto dell’euro. Non si può avere un’Europa a costo zero per un leader politico.

Da tempo si parla dei passi avanti necessari per una maggior integrazione nella Ue.
Trovo urgente cambiare il Patto di stabilità, rendendolo se mai più stringente sulla spesa corrente ma allentandolo su quella per investimenti. Così come in materia di bilancio, che sarà il primo dossier caldo, a parte la sua dimensione, limitata oggi a un 1% del Pil dell’Ue che appare esiguo per rispondere alle sfide di un mondo interdipendente, occorre soprattutto rivederne la struttura.

Come? Bisogna sfrondare l’Ue delle questioni marginali e concentrarsi sui beni pubblici europei, come la difesa delle frontiere comuni, la regolazione dell’immigrazione, una diversa distribuzione dei costi per i rifugiati, la lotta al terrorismo, anche cibernetico, le risposte all’emergenza climatica. Senza questo passo, lasciamo l’Europa esposta a potenze straniere, come la Russia e la Cina, che amano il gioco duro e che spesso usano le forze sovraniste come cavalli di Troia. Guardiamo d’altronde i pochi campi dove gli stati hanno già delegato: la politica monetaria, l’antitrust, il commercio mondiale e la ricerca. In questi settori l’Ue parla già a una voce sola ed è in grado di tener botta anche agli stati e alle multinazionali più grandi.

Un programma impegnativo?
Ci vorrebbe difatti una conferenza intergovernativa, che prima o poi andrà fatta.

L’avanzata di partiti 'oltranzisti' in Italia non è anche l’esito della scomparsa di una forza moderata, come quella che voleva essere Scelta civica?
Credo di sì. Non bramo ricordare Sc, ma quel movimento, creato e fatto conoscere agli italiani in 50 giorni, ottenne un 10% che permise se non altro di evitare, nella legislatura 2013-2018, un governo di centro- destra già allora sovranista. Sì, mi pare evidente che ci vorrebbe anche un altro tipo di offerta politica.

Qual è, in definitiva, il suo giudizio sulla politica economica di questa maggioranza all’opera da un anno?
Trovo le due forze di governo molto disattente sulla finanza pubblica, ma con una - la Lega - più vicina alle ragioni della competitività dell’economia italiana. Se venisse gradualmente emendata l’alzata di spalle generalmente esibita davanti alla complessa gestione del deficit e del debito pubblico, l’attenzione produttivistica di una Lega rafforzata sarebbe un motivo di consapevolezza che rassicurerebbe tutti i cittadini.

Nella scala da uno a dieci, quanto è preoccupato per il futuro dell’Italia?
Io risponderei 10, anzi 10 e lode. Sia come timori in negativo, che sono effettivamente alti per le prospettive incombenti, sia però - e questo lo dico in positivo - come riconoscimento della capacità, già più volte dimostrata dall’Italia nel passato, di saper uscire da situazioni anche assai gravi.