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Roma. Ecco a chi non andranno più le monete della fontana di Trevi. Tolte ai più poveri

Luca Liverani sabato 12 gennaio 2019

La fontana di Trevi a Roma. Una risorsa per i più poveri che sarà prosciugata (Ansa)

C'è incredulità e sconforto nella voce di don Benoni Ambarus, da settembre direttore della Caritas di Roma. Il sacerdote, che guida i volontari e i servizi di carità per i poveri di Roma, non riesce a rassegnarsi all’annuncio che il Campidoglio fra tre mesi, cioè dal 1° aprile, smetterà di devolvere all’organismo pastorale le monetine della Fontana di Trevi. Fondi che, dice una Determinazione dirigenziale datata 31 dicembre 2018, non saranno più usati solo per i poveri.

Se una parte «prevalente» sarà infatti assegnata con bandi per non ben definiti «progetti sociali», un’altra sarà dirottata per la manutenzione ordinaria del patrimonio culturale e un’altra ancora per pagare l’Acea cui sarà dato l’incarico di contare i soldi, svolto finora dai volontari Caritas.

«Sapevamo che era stato intrapreso un percorso di analisi sulle monete della Fontana – spiega – ma avevamo sempre avuto rassicurazioni, ci era stata rinnovata la fiducia del Campidoglio. Non prevedevamo questo esito. Spero ancora non sia definitivo».

Sono fondi importanti per le attività della Caritas?
Assolutamente sì. Il dono che arriva dalla Fontana di Trevi di Roma è una pioggia di monetine che crea un mare di bene. Voglio ringraziare innanzitutto i milioni di turisti - italiani e stranieri che - anche senza saperlo - hanno creato tanta solidarietà. E il Comune di Roma, per la fiducia che da 18 anni ha dimostrato nei confronti della Caritas diocesana. Solo così, raschiando ogni anno il fondo dei nostri bilanci, riusciamo a mantenere i tanti servizi non sostenuti da nessuna convenzione pubblica.

Che strutture sono? Offrono servizi importanti?
Ostia, ad esempio, che fino a due anni fa era in convenzione, poi non più. Lì spendiamo 500 mila euro l’anno: per la mensa che fornisce oltre 150 pasti al giorno, per il centro di accoglienza da 60 posti letto, per il centro ascolto e di orientamento. In quel municipio la Caritas è l’unico polo di solidarietà. Un punto luminoso che, come altri, rischia di affievolirsi. Se non di spegnersi. Come Caritas possiamo contare su una grande generosità di offerte liberali, collette parrocchiali, lasciti testamentari, sull’8 per mille della Cei. E da 18 anni su questa grande e inconsapevole carità dei turisti.

La raccolta della Fontana di Trevi infatti costituisce la metà del bilancio non coperto da convenzioni, il 15% del totale. Cosa succederà se si interrompe?
Mi rifiuto di pensare alla chiusura di servizi per i poveri. Io spero ancora che sia riconfermata la fiducia alla Caritas, che si riesca a trovare un modo che intrecciando la ragionevolezza, la solidarietà e la goliardia del lancio delle monete, mantenga in vita questa rete di aiuto.

Si è fatto un’idea sulle motivazioni di questo stop da parte del Campidoglio?
Ancora no. Sembra effettivamente il risultato di un percorso che abbia voluto, a tutti costi, giungere a questo esito. Certo che se tutti quelli intervenuti in questo processo non hanno usato testa e cuore, abbiamo un bel problema.

E se la Caritas riuscisse ancora ad accedere a questi fondi, erogati con bandi pubblici, cambierebbe qualcosa?
Sì. Le faccio un esempio. Come farei a dare a una famiglia i soldi per pagare le rate del mutuo che ha saltato? I mesi arretrati di affitto? Le bollette di luce e gas? Come farei a sostenere i centri di ascolto, anche se animati da volontari? Non ci sono fondi pubblici per queste forme di carità, comunque vitali. Come farò a dire tutti questi no? Mi appello agli amministratori di buona volontà: non mettano fine all’azione sussidiaria e di welfare generativo che moltiplica l’effetto dei fondi disponibili, crea dignità e giustizia sociale. Non parlo per me, ma a nome di tante persone fragili, italiane e non, che a Roma vivono con difficoltà.

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