Attualità

Torino. Giovane mamma partorisce mentre la operano al cervello

Vito Salinaro mercoledì 29 dicembre 2021

L’abbraccio tra la mamma operata e suo marito alla Città della Salute di Torino

Rischiavano la vita tanto la mamma, di 33 anni, gravida alla 31esima settimana, quanto la bimba che aveva in grembo. Una lesione cerebrale, diagnosticata alla donna dopo una cefalea acuta, ha indotto i medici dell’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino a procedere immediatamente con un intervento neurochirurgico. Ma per salvare anche la bimba, occorreva contestualmente eseguire un parto cesareo. E così, in una lotta contro il tempo, sono stati allestiti due diversi campi operatori sullo stesso letto: da una parte i neurochirurghi concentravano tutti gli sforzi per rimuovere la lesione al cervello, dall’altra ginecologi, neonatologi e ostetrici si occupavano della bimba, la cui stessa sopravvivenza era messa in pericolo dalle condizioni della mamma.

Entrambi gli interventi sono andati a buon fine, grazie ad un eccezionale coordinamento che ha impegnato professionisti di numerose specialità cliniche del polo sanitario torinese. La neonata è stata affidata alle cure dei neonatologi nella Terapia intensiva neonatale universitaria dell’ospedale Sant’Anna, dove, spiega una nota della Città della Salute, «ha potuto abbracciare il suo papà, è amorevolmente assistita dalle cure del personale ed alimentata con il nutrimento della Banca del Latte umano». La mamma, seguita nel frattempo in Neurorianimazione, ha fatto registrare una rapida ripresa, tanto da essere trasferita, dopo un solo giorno, «nel reparto di Neurochirurgia e poi in quello di Ostetricia e ginecologia universitaria del Sant’Anna», dove «come grande regalo di Natale», ha potuto incontrare la propria bambina.

Quella di Torino non è l’unica storia di Natale ambientata nelle corsie ospedaliere e andata a buon fine. Perché mentre a Torino una mamma di 33 anni abbracciava la sua piccola tirando un sospiro di sollievo, a Napoli il 16enne Federico (il nome è di fantasia) veniva accolto a casa con i fuochi d’artificio, dopo mesi trascorsi all’Ospedale Bambino Gesù di Roma e un doppio trapianto di fegato e polmoni, avvenuto a ottobre. «È stata l’unica cura possibile», secondo i sanitari, di fronte all’aggravarsi della sua patologia, la fibrosi cistica, una malattia genetica che colpisce i polmoni e, meno frequentemente, come è invece accaduto a lui, altri organi come il fegato e il pancreas. Quello a Federico è stato un intervento salvavita, frutto di una lunga attesa per un trapianto combinato e di una maratona che ha coinvolto diverse équipe chirurgiche. Poiché la malattia aveva provocato una grave insufficienza respiratoria e danneggiato gravemente anche il fegato, lo scorso marzo il ragazzo è stato inserito nella lista di attesa per un trapianto combinato di polmoni e fegato. L’attesa del trapianto è stata lunga, con un progressivo peggioramento delle condizioni respiratorie che hanno portato, alla fine di settembre, ad un ricovero urgente in terapia intensiva. Poi l’intervento, perfettamente riuscito, durato 22 ore (più di 36 se si considerano le procedure di prelievo nell’ospedale del donatore), e che ha coinvolto più di 40 professionisti.

«Oggi posso dire che i miracoli esistono – afferma la mamma di Federico –. Lo scorso Natale iniziavamo il percorso al Bambino Gesù con l’unica, ma incerta, prospettiva di un trapianto per salvare la vita di mio figlio. Averlo oggi a casa con me è il regalo di Natale più grande e inaspettato. Desidero ringraziare tutti i medici e gli operatori per la loro professionalità e umanità e, soprattutto, per aver creduto con noi, e a volte più di noi, che mio figlio potesse tornare a vivere». Dal canto suo, evidenzia Mariella Enoc, presidente del Bambino Gesù, «nessuno dei risultati eccezionali conseguiti e di cui siamo davvero fieri sarebbe mai possibile senza la generosità dei donatori e delle loro famiglie. La loro disponibilità è l’elemento indispensabile per l’attività di trapianto di organi che in Italia ogni anno cura più di 3.000 pazienti».