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PIAZZA FONTANA 40 ANNI DOPO. «Mio padre doveva fermare quella bomba»

Nello Scavo sabato 12 dicembre 2009
C'è la figlia di un ex agente segreto che dice: «Mio padre voleva fer­mare la strage, ma non fece in tem­po». C’è Carlos, il superterrorista internazio­nale imprigionato a Parigi, che chiede di es­sere ascoltato su Piazza Fontana e gli Anni di Piombo. E c’è un’agenda misteriosa, quella del neofascista di Ordine nuovo Giovanni Ventura, dimenticata in un armadio del tri­bunale di Milano nel corso dell’ultima in­chiesta sulla strage alla Banca dell’Agricoltu­ra, aperta recentemente nel massimo riserbo. «Il giorno dell’attentato mi trovavo a Milano. Poco dopo telefonai ai miei genitori a Roma – racconta ad Avvenire Anna Maria Fusco Di Ravello –. Rispose mio padre, non dimenti­cherò mai la sua voce sconvolta: 'non ho fat­to in tempo a fermarli'. Quello è rimasto il cruccio della sua vita». L’avvocato Matteo Fu­sco Di Ravello era in realtà un importante a­gente del Sid, il servizio segreto dalle mille trame. Secondo la figlia aveva ricevuto l’or­dine di fermare la fazione eversiva degli 007. Una ricostruzione che trova conferma nelle parole del senatore a vita Paolo Emilio Tavia­ni, morto nel 2001: «La sera del 12 dicembre 1969, il dottor Fusco defunto negli anni ’80, stava per partire da Fiumicino (in realtà da Ciampino, ndr) per Milano, era un agente di tutto rispetto del Sid. Doveva partire per Mi- lano – disse Taviani – recando l’ordine di im­pedire attentati terroristici. A Fiumicino sep­pe dalla radio che una bomba era tragica­mente scoppiata e rientrò a Roma». Dunque ai vertici dei Servizi c’era chi sapeva. Ma Fu­sco chi avrebbe dovuto bloccare? «Ciò che posso dire – risponde la figlia – è che mio pa­dre certamente si riferiva ad agenti dei servi­zi deviati, i quali in quegli anni agivano, se­condo quanto ho appreso da mio padre, in­sieme a neofascisti e, in alcuni frangenti, con esponenti della mafia». Già nel 2001 i ricordi di Anna Fusco furono affidati a due pagine di verbale redatte da due militari del Ros dei ca­rabinieri. Oggi quelle dichiarazioni potreb­bero diradare un po’ di nebbia. L’avvocato Fusco era un uomo di destra, «ma più volte non temette di andare al di là delle sue opi­nioni politiche per fermare la mattanza». Qualcosa da dire l’avrebbe anche un sinistro protagonista di quell’epoca. È Ilich Ramirez Sanchez, meglio noto come Carlos lo Scia­callo, il terrorista venezuelano che sta scon­tando in Francia l’ergastolo per attentati, o­micidi e una serie di spettacolari azioni anti­sraeliane compiute in tutto il mondo. «Car­los – conferma ad Avvenire la moglie-avvocato Isabelle Coutant-Peyreè – è sempre disponi­bile a testimoniare davanti a una commis­sione parlamentare italiana, assistito dai suoi legali, ma non ci sono mai state risposte da parte delle autorità francesi. Vorrebbe parla­re, ma non in Francia». I depistaggi dello Scia­callo sono leggendari quanto i suoi silenzi. La sua attività eversiva è successiva di qualche anno all’esplosione di Piazza Fontana, ma i contatti intrattenuti da Ilich Ramirez Sanchez sono sempre stati ad altissimo livello, otte­nendo protezione da molti governi. Doman­diamo se Carlos intenda riferire, oltre che sul­la strage di Bologna, anche sugli attentati in Piazza Fontana e a Brescia in Piazza della Log­gia. Risposta: «Certamente». A questo punto la riapertura di un fascicolo d’inchiesta sulla bomba nella Banca dell’A­gricoltura potrebbe voler dire che le 73 pagi­ne con cui nel 2005 la Corte di Cassazione confermò l’assoluzione di Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni, non furo­no l’ultimo atto dell’intricata vicenda giudi­ziaria: 11 processi in 36 anni. Nel 2005 la Cas­sazione consegnò alla storia il mistero della strage che il 12 dicembre 1969 fece 17 morti e 85 feriti. Furono confermate le assoluzioni per i tre neofascisti di Ordine Nuovo, con­dannati in primo grado all’ergastolo e poi pro­sciolti in Appello a Milano il 12 marzo 2004. La Suprema Corte sposò la tesi della colpe­volezza dei terroristi neri Franco Freda e Gio­vanni Ventura, comunque non più proces­sabili perché assolti l’1 agosto 1985 dalla Cor­te d’Appello di Bari con sentenza poi diven­tata definitiva. Nell’ultimo verdetto la Cassa­zione li indicava quali «esecutori materiali». Mancano ancora i nomi di mandanti e orga­nizzatori. I funerali delle vittime: decine di migliaia di persone si raccolsero nella cattedrale e in piazza Duomo per rendere l’estremo omaggio ai caduti Ramirez Sanchez, detto Carlos lo Sciacallo