Attualità

Coronavirus. La vita sospesa (e segreta) di una Milano mai vista così

Marina Corradi domenica 5 aprile 2020

Un venerdì di Quaresima. Sono passate le otto di sera e i pochi uffici aperti hanno chiuso da un pezzo. Sulla città sta scendendo la notte, in giro più nessuno. I semafori passano dal rosso al verde al rosso senza che un’auto transiti. In lontananza, il lamento di una sirena di ambulanza. Luci blu lampeggianti di polizia e carabinieri percorrono lente le strade vuote. Se incroci un raro passante con la mascherina sul volto, e spesso i guanti, è perché porta fuori, di fretta, il cane. Sembra d’essere in guerra. Non l’ho mai vista una Milano così, io che ci sono nata. Perfino nelle notti impaurite degli Anni di piombo trovavi sempre un bar, un dopolavoro Atm in cui si giocava a carte, e si beveva un grappino. Stasera, niente. Questa, del 3 aprile 2020, è una città che non ho mai visto.

Corradi

Parto da Brera, il luogo dell’adolescenza. Dalla chiesa di San Marco, che so, dentro, materna, isola ombrosa a due passi dalla Questura. Lo spazio attorno alla piazza mi sembra essersi dilatato. Nessuno, nell’ora dell’“happy hour”, nei bar di via Pontaccio e via Brera. In fondo a via San Marco, a nord, si alza il grattacielo di piazza Gae Aulenti, con la sua algida guglia di acciaio. Giro in via Goito. Le scale del liceo Parini tornano per un attimo nei miei occhi gremite di ragazzi coi capelli lunghi e la barba, che brandiscono gridando bandiere rosse. Avevano dieci anni più di me, dunque, ora, settanta; e forse qualcuno già ne ha ucciso l’epidemia. Non è possibile, mi dico, proprio voi, voi che credevo giovani per sempre. Ora è notte fatta. In via Manzoni passano veloci, senza rallentare alle fermate dove nessuno li aspetta, i tram, i vecchi fedeli tram di Milano. Perfettamente vuoti. Sembrano sentinelle che veglino su questo nostro inimmaginabile sonno. L’occhio giallo e tondo dei fanali che si disegnano sotto l’arco di piazza Cavour mi rassicura: questa è ancora Milano.

Ci sarebbe da dubitarne, nella notte d’aprile fresca, mentre gli alberi dei Giardini di via Palestro sono già pieni di piccole foglie verde chiaro, e le mimose grondano oro. Peccato che nessuno le guardi. Risalgo verso la Scala seguendo i binari che luccicano, diritti. Verso metà risplendono le vetrine di via Monte Napoleone. Mi ci inoltro, perché in questa totale solitudine la luce mi è di conforto. Prada, Tod’s, Dolce e Gabbana, vetrine sontuose, sempre la fila degli stranieri davanti, sembrano quinte di un teatro, stasera. Passa adagio un’auto di vigilantes, a sorvegliare i tesori del Made in Italy abbandonati. Questi bagliori di insegne un po’ confortano, sembrano una bandiera, una promessa: riapriremo. La prospettiva di corso Matteotti senza un’auto, senza un uomo, desta reminiscenze di piazze di De Chirico, e anche gli orologi luminosi e tondi di cui nel silenzio avverti il "clic", allo scattare del minuto. Ti accorgi di avere accelerato il passo: non per paura del Covid-19 né di brutti incontri, ma per l’angoscia che ti mette il vuoto. In corso Matteotti, sotto ai portici, si stanno accampando per la notte quattro clochard. Poco più avanti, in una vetrina sfavillante, fiabeschi candidi abiti da sposa: ma si sposerà poi qualcuno, ti domandi, in questa primavera? Un crocchio di quattro che bevono birra. Uomini delle pulizie, metronotte? Le loro voci sono le sole, questa sera, attorno al Duomo.

Ansa

Non un’anima sotto i portici, e solo, a un angolo, due soldati ragazzi, in tenuta mimetica. D’istinto alzo lo sguardo a cercare le guglie del Duomo: eccole, chiare, care, la sola cosa uguale a sempre, in un aprile mai visto. Ma il sagrato senza nessuno è davvero troppo grande, e allora mi infilo dentro la Galleria, quasi a cercare protezione. Mi inoltro sul marmo lucente, e anche qui mille luci accese sembrano ripetere: torneremo. Riapriremo, e i giapponesi ancora si metteranno in coda per calpestare gli attributi del toro al centro del “salotto di Milano” - giacché le guide assicurano che porta fortuna. Getto un’occhiata distratta nelle vetrine, su borse e scarpe vendute da commessi sussiegosi a prezzi strabilianti. Torneranno, gli stranieri, a comprare? Perché dietro alla moda c’è una bella fetta di Milano, uomini e donne ora chiusi nelle case, a interrogarsi ansiosi sul domani. Ma mentre cammino avverto un rumore insolito. Sono, scopro, i miei passi: nel deserto che è la Galleria stanotte, sento i miei passi. Il suono dei propri passi, nel cuore di Milano? Non mi è accaduto mai, e mi trafigge un dubbio: se questa è la mia città, o un’altra, e sto camminando dentro un brutto sogno.

La Scala, come la Galleria, splende di luce, ma sono buie e sbarrate le porte. (Di nuovo, manipoli di ricordi si fanno avanti: certe "prime", a Sant’Ambrogio, con politici e volti famosi accompagnati da mogli addobbate d’ori. E fuori, schierati, autoblindo carichi di giovani soldati, a proteggere il pubblico dai ragazzi con le barbe lunghe e le bandiere rosse. Ma dove siete ora tutti?, vorrei chiedere. Ma già quella folla è svanita). Esco dal centro. Milano sembra di colpo così piccola. Un istante, e sono al Parco Sempione. Dal finestrino aperto entra una folata di terra, di erba, di aprile, che cerco di spingere giù nel cuore, a trattenerlo: in tanto vuoto, finalmente vita. Oltre piazzale Accursio le strade si fanno assai più buie, poche insegne accese indicano sale gioco chiuse. Davanti a un tabacchi ben due persone comprano dal distributore le sigarette. Un caffè, in tutta Milano, è un miraggio. Solo la croce di una farmacia lampeggia intermittente. Un’ambulanza fila nella direzione dell’ospedale Sacco, ma a sirena spenta: non c’è un’auto per strada, non ce n’è bisogno.

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Buie, le strade della Cagnola, di Console Marcello, ex quartieri operai ora abitati da stranieri. Però se a un semaforo alzo gli occhi alle facciate delle case, tutte le finestre sono illuminate; e tenui echi di tv accese, di voci, di bambini ne vengono, vita che cova nella reclusione, ansiosa di uscire da quelle quattro mura. Milano questa notte mi sembra in apnea, come qualcuno che trattenga il fiato fino a scoppiare, e riemergerà infine, aspirando una vigorosa boccata d’aria. Torno verso Porta Nuova. Le scale mobili che a Garibaldi salgono a piazza Gae Aulenti, lucente di cristalli e fontane, vanno, in silenzio, ma nessuno sale. A un semaforo di piazza della Repubblica mi si avvicina una donna dimessa: «Avete – mi domanda mite – una moneta che vi avanza?». Piccola figura di dolore, nel buio. Chi è così disperato, mi domando, da chiedere la carità in strade dove non c’è nessuno?

Ora di fronte a me si staglia la mole grigia della Centrale – “elefantessa”, la chiamò il poeta Testori. Non è un posto tranquillo, la stazione, a tarda ora, ma stanotte mi fa quasi paura: nessuno sulla larghe scale di marmo, deserto il salone delle partenze, che pare immenso. Oltre i cancelli, i binari senza treni sembrano strade per nessun altrove. Ho il cuore stretto quando esco, e voglia di tornare a casa. Mi conforta un crocchio di tassisti che aspettano, forse, l’ultimo treno da Roma. Parlano animatamente, e nella foga hanno abbassato la mascherina. Come avvertendo, loro che nelle vene di Milano ci vivono, che il peggio è passato. Timido segno di ritorno alla normalità, alla vigilia di Pasqua, in una città mai vista: la mia.
Ma ai segni nella notte ci si aggrappa, e già mi pare di vedere, verso Natale, le code di turisti dietro alla guida, in piazza Duomo, e i tranvieri che smoccolano perché intanto è venuto il verde. (Forse però, al prossimo Natale, anche degli ingorghi i tranvieri milanesi saranno contenti).

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