Attualità

Migranti. I 70 salvati in mare (grazie a chi c'era)

Nello Scavo, inviato a bordo della Mare Jonio domenica 14 ottobre 2018

Alcuni dei migranti sbarcati a Lampedusa (Ansa)

Una sequenza ravvicinata di cinque sbarchi, in meno di dodici ore: a Lampedusa, Reggio Calabria, nel Salento e due in Sardegna. Più di duecento migranti arrivati pressoché indisturbati sulle coste italiane, ad eccezione del barcone con 70 persone il cui Sos è stato raccolto da Mediterranea, la missione umanitaria italiana a bordo della quale c’era anche Avvenire.

Due settimane di navigazione hanno portato a due conclusioni: le traversate proseguono senza sosta e gli approdi avvengono non di rado senza che le autorità se ne accorgano. Tutti e cinque gli sbarchi avvenuti sabato hanno un dato in comune: i barconi sono riusciti a raggiungere le acque territoriali italiane, da cui non possono essere respinti, anche perché sempre più spesso i trafficanti usano barche turistiche per non dare nell’occhio. Ma quello di Lampedusa costituisce una svolta nel Canale di Sicilia. Il barcone in legno, lungo neanche otto metri e stipato con 65 persone tra cui due donne incinte e un neonato, è partito da Zuara, finora l’indiscussa capitale libica dei gommoni cinesi.

Da tutta l’Africa del Nord e dalla Turchia i trafficanti hanno dimostrato di aver cambiato strategia. Ora è pressoché impossibile avvistare per tempo una barca carica di stranieri. I boss degli scafisti hanno saputo sfruttare l’arretramento delle operazioni navali internazionali di pattugliamento e la quasi totale espulsione delle Ong per spingersi più in là.

Tra Malta e Lampedusa l’allarme è scattato poco dopo le 18.30 di venerdì, quando la Centrale dei soccorsi de La Valletta ha allertato i naviganti dopo avere ricevuto una segnalazione da un peschereccio tunisino. Contattato telefonicamente, l’operatore di turno nel quartier generale ha sostenuto che l’allerta era arrivata anche attraverso Alarmphone, un servizio di allarme messo a disposizione da una organizzazione internazionale che, sentita al riguardo, ha smentito. In ogni caso Mare Jonio, il rimorchiatore di Mediterranea, ha puntato la prua verso le coordinate indicate da Malta mentre da Roma (sia fonti governative che del coordinamento dei soccorsi) ribadivano che la competenza dell’intervento spettava esclusivamente a Malta. Tecnicamente, niente da eccepire. Ma il barcone, oramai a poche miglia dall’area di competenza italiana e in allontanamento da Malta, è rimasto in balia dei rimpalli di responsabilità per oltre sei ore. Al momento in cui è stato lanciato il primo alert, infatti, ai maltesi sarebbe bastato meno di un’ora per raggiungere i migranti. Invece di ore ne sono trascorse quasi sette, mentre il mare si gonfiava, prima che potesse arrivare qualcuno. A Mediterranea non è perciò rimasta altra scelta che spingersi nell’area alla massima velocità, sollecitando ripetutamente un intervento delle autorità. Fino a quando, oramai quasi alle 3 del mattino, la Guardia costiera italiana ha raggiunto i migranti quasi all’imbocco del porto di Lampedusa.

«Ogni salvataggio è diventato ormai un procedimento complicatissimo, ciò che non dovrebbe mai essere. Le uniche difficoltà di un soccorso devono essere quelle tecniche, cioè il confronto con il mare, non quello con gli uffici». A parlare così non è un attivista umanitario, ma l’ammiraglio Vittorio Alessandro, già responsabile della comunicazione delle Capitanerie di Porto. «Se nel Canale di Sicilia non si fosse trovata la nave Mare Jonio di Mediterranea con i giornalisti a bordo – azzarda l’ammiraglio che pur dal congedo conserva ottime fonti ai massimi livelli della Guardia costiera – del fatto non avremmo saputo nulla». Con ogni probabilità «nessuno avrebbe raccolto il messaggio di pericolo lanciato da Malta e – osserva evocando episodi già avvenuti – le istituzioni coinvolte non sarebbero ora costretta a dare le dovute spiegazioni».

Non sapendo di essere ascoltati da alcuni reporter ammessi sulla plancia della Mare Jonio, Malta ha provato a convincere l’armatore di Mediterranea, Beppe Caccia, che «manchiamo di assetti navali da potere inviare in zona». Insomma, secondo questa versione, lo Stato-isola in quel momento era sguarnito di motovedette. Eppure, tanto i radar quanto i messaggi radio facevano escludere che la flotta fosse impegnata in altre operazioni urgenti.

La partita giocata sulla pelle degli sventurati è tutta politica. «Ora sappiamo che Malta può affermare pubblicamente di non avere mezzi da mandare senza che si contesti la sua incapacità» commenta sconcertato l’ammiraglio Alessandro. Già lunedì, in concomitanza con la presenza di Mediterranea, altri due barconi partiti dalla Libia erano stati soccorsi dai maltesi che, per la prima volta dopo anni, avevano accolto sulla terraferma 220 persone.

La missione Mediterranea (www.mediterranearescue.org) sta intanto sorprendendo perfino i promotori. In una settimana è stato sfondato il tetto di 130mila euro in donazioni arrivate da oltre 1.500 persone, mentre continuano a moltiplicarsi le adesioni trasversali: sindaci, personalità pubbliche, associazioni, movimenti, sindacati, numerose parrocchie. «Non possiamo tacere e dimenticare che ogni giorno nel Mediterraneo centinaia di persone rischiano la vita», si legge in una nota di Focsiv. «Prima di tutto – ricorda la Federazione degli organismi cristiani del Servizio internazionale volontario – viene il diritto alla vita, come ci ricorda papa Francesco».

Entro lunedì Mare Jonio arriverà a Palermo, con il suo carico di fatica e testimonianze raccolte in due settimane di navigazione. E il desiderio di rimettersi in mare per non abbandonare al silenzio i dannati del Mediterraneo. Sabato il Salvamento Maritimo spagnolo ha issato sulle motovedette 3 cadaveri, a fronte di 501 persone salvate e almeno 13 dispersi. Un mare nel quale si muore ogni settimana, ma a cui si vogliono togliere di torno i testimoni. Ed è questo l’ostacolo più grande che Mediterranea dovrà affrontare fin dal suo ritorno in Italia.