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Governo. Meloni insiste: «Fermare i migranti». E Salvini: c’è una regia, è una guerra

Roberta d'Angelo giovedì 14 settembre 2023

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La manovra incombe e le europee non sono lontane. A pochi giorni dalla ripresa dopo la pausa estiva, Giorgia Meloni ha già avuto diverse occasioni per raccontare se stessa e le sue mosse di premier, parlando a tutto campo. Un bilancio, una serie di anticipazioni pure sulle misure e le riforme che intende adottare e qualche confidenza personale la premier le lascia anche nel salotto di Porta a Porta di Bruno Vespa (con una anticipazione nel nuovo programma (Cinque minuti).

Confidenze inedite per la prima donna a capo di un governo italiano, nelle sue molteplici vesti, a partire da quella di mamma: «Quando posso Ginevra me la porto sempre (nei viaggi, ndr), altrimenti non la vedrei...». Per il resto, scherza davanti alle telecamere, « what vita privata? Attualmente nella mia vita non c’è nulla a parte quello che devo fare».

E quello che deve fare non è poco. Meloni parla a tutto campo, come di consueto alternando toni scherzosi a momenti di marcata serietà. A Salvini che chiede il ponte sullo Stretto, replica in romanesco, parafrasando una vignetta di Osho, «lo famo, lo famo...». Salvo farsi seria nel chiedere agli alleati di non calcare la mano con le richieste: «È giusto e necessario che ciascun partito della coalizione segnali le proprie specificità e confido che tutti capiscano il limite fra le legittime rivendicazioni e cose che possono mettere in difficoltà la nazione, non il governo». Perciò, dice, «non dobbiamo disperdere energie in piccole beghe».

Le energie serviranno per trovare fondi per «redditi più bassi, famiglia, sanità e pensioni», le priorità indicate dalla premier. E per una strategia per gestire gli sbarchi, a fronte dei Paesi Ue che voltano le spalle all’Italia. «Non abbiamo tolto soldi alla sanità, bisogna fare attenzione al parametro di riferimento, se sono gli anni del Covid è evidente che in quegli anni la spesa è schizzata. Ho detto e ritengo che la sanità debba essere uno dei grandi interventi della legge di bilancio, non è detto che la soluzione sia mettere soldi nei fondi, c’è un tema di come quei soldi vanno spesi», ragiona, decisa a «eliminare le liste di attesa».

Quanto ai redditi bassi, Meloni rivendica il taglio del cuneo fiscale, conferma le perplessità sul salario minimo che rischia di creare più danni ai lavoratori che vantaggi, dice, e si dice certa di «quanto fatto col reddito di cittadinanza», sottolineando come sulla piattaforma creata dal governo per i percettori di Rdc che possono lavorare «abbiamo circa 50mila persone iscritte, a fronte di 70mila offerte di lavoro e 750mila posti di formazione professionale» con rimborso spese. Se poi, aggiunge, «fosse vero che c’è qualcuno che gestisce i soldi del Rdc, cioè la camorra» sarebbe «una cosa spaventosa». La premier, però, come detto già a Caivano, assicura che non si farà «intimidire».

Tra le certezze dell’inquilina di Palazzo Chigi, c’è il premierato, che presto arriverà in Parlamento. E c’è la scelta di tassare gli extraprofitti delle banche, provvedimento senza «alcun intento punitivo», anche se correttivi saranno possibili, conferma. E c’è il capitolo Ue, con Gentiloni «più critico che collaborativo», insiste Meloni: «I commissari non è che fanno il lavoro del loro governo, però un occhio ogni tanto...». Ma in Europa «a testa alta» ora è tempo di riscontri, come su Ita, secondo la presidente del Consiglio. «Il governo trova una soluzione dopo 10 anni, mi aspetto che ci venga detto “bravi” e non si perda tempo, che la Ue ci dia una mano», conferma.

Sull’Europa la premier resta dunque prudente, anche dopo le tante porte chiuse sulla richiesta di ripartizione dei migranti, una delle questioni più spinose per il suo esecutivo, specie dopo i proclami fatti in campagna elettorale di fermare gli arrivi di migranti, annunci infranti su una realtà ben più difficile da gestire. Le prime porte a chiudersi per Meloni sono state proprio quelle dei Paesi sovranisti, amici del governo italiano. Quindi ora della Germania e della Francia. Il suo vicepremier Matteo Salvini ha appena detto che «quello che sta succedendo a Lampedusa e a Strasburgo oggi è solo il fallimento dell'Europa e dell'accordo con i socialisti. Quando ti arrivano 120 mezzi non è un episodio spontaneo, ma un atto di guerra», con una «regia dietro questo esodo». Meloni dice che si aspettava la reazione di Macron e Scholz, dopo che aveva comunicato «che non potevamo più riaccogliere automaticamente i cosiddetti “dublinanti”, perché i nostri hotspot sono pieni» e «la Ue non ci dava una mano a difendere i confini esterni». Quanto ai ricollocamenti, la premier li relega a «questione secondaria», a «una coperta di Linus», che riguarda poche persone. «Il problema è fermare gli arrivi», insiste.

Insomma, i rapporti con i Paesi della Ue e le istituzioni europee restano sul filo. E in vista delle elezioni e della possibilità di dover governare con gli eurosocialisti, replica: «È molto difficile che io possa fare» intese coi socialisti in Europa. «Il dibattito sulle future coalizioni è molto prematuro», bisognerà «vedere i numeri» ma «io di solito con la sinistra non sono avvezza a fare accordi».