Attualità

Le sfide del governo. Meloni pronta al referendum. E boccia il salario minimo

Arturo Celletti venerdì 10 novembre 2023

Il premierato per dire basta alla «debolezza della politica». Il premierato per garantire «stabilità agli esecutivi». E per un futuro «nel quale siano i cittadini a scegliere chi li rappresenta e nel quale chi viene scelto abbia cinque anni per realizzare il suo progetto». Giorgia Meloni difende la "sua" Riflorma e conferma la "sua" strategia: «Cercheremo il consenso ampio necessario in Parlamento; però, se non sarà possibile, allora saranno gli italiani a esprimersi con un referendum e a dirci se si vuole o no mettere fine alla stagione dei giochi di palazzo, dei ribaltoni, delle maggioranze arcobaleno, dei governi tecnici e dei governi che durano al massimo un anno e mezzo e portare l'Italia nella terza Repubblica».

È il giorno della premier davanti alle imprese italiane. Meloni parla in un videomessaggio all'assemblea nazionale della Can, la Confederazione nazionale dell'Artigianato e della piccola e media impresa. Parla dell'Italia. Del lavoro. Della forza delle imprese. E, parola dopo parola, "accarezza" i suoi interlocutori. «Senza di voi non esisterebbe il made in Italy... Basta bugie sull'artigiano evasore, noi combattiamo l'evasione vera, non quella presunta». Le parole sono nette. «Noi adottiamo un approccio che spezza l'insopportabile equazione secondo cui un artigiano o un piccolo medio imprenditore è un evasore per nascita, questa è una menzogna,cuna falsità ideologica che per troppi anni ha giustificato un atteggiamento persecutorio e infondato. Oggi vogliamo dimostrare quanto questo pregiudizio sia sbagliato creando un nuovo rapporto tra stato, cittadini e imprese basato su un principio: lo Stato e i cittadini sono esattamente come un'azienda: più lavorano e più riusciranno a produrre ricchezza». I temi si accavallano.

Meloni sfida le opposizioni e dice no al salario minimo. «C'è un problema di salari che non si risolve con il salario minimo orario, credo che in cuor loro lo sappiano anche coloro che oggi dicono che è la cosa più importante che si possa fare ma quando erano al governo loro si sono ben guardati dal realizzare questa misura». Poi il lavoro. «Il tasso di occupazione a settembre ha raggiunto il 61,7 per cento, il tasso di disoccupazione è sceso al livello più basso degli ultimi 15 anni e da settembre dello scorso anno abbiamo 512mila posti di lavoro in più. Il lavoro è la nostra priorità assoluta, stiamo avendo i primi frutti». E poi la manovra economica. «Nonostante le risorse a disposizione non erano molte, stante il pregresso con i debiti del Superbonus per 20 miliardi nel 2024 e i maggiori interessi sul debito figli della decisione della Bce di alzare i tassi di interesse» due misure che «insieme valevano una Finanziaria, ci siamo rimboccati le maniche» e nella legge di bilancio «abbiamo concentrato tutto quello che avevamo su poche misure prioritarie ed espansive». Ma è la riforma costituzionale la vera sfida del governo. Perché l'Italia spiega l'inquilina di palazzo Chigi ha una male da risolvere: la debolezza della politica. Giorgia Meloni parte da lontano per difendere la "sua" riforma costituzionale. «...Nei primi vent'anni di questo millennio, fino all'arrivo del Covid, la Francia avuto quattro presidenti della Repubblica, la Germania tre cancellieri, l'Italia otto presidenti del Consiglio..... Nello stesso periodo Francia e Germania sono cresciute di più del 20 per cento, l'Italia meno del 4. Ora, o noi diciamo che tutti i politici italiani sono più scarsi di quelli francesi e tedeschi - e francamente io non lo penso - o dobbiamo fare i conti col fatto che qualcosa non ha funzionato nel sistema...». Meloni disegna il cambio di rotta. E prepara la svolta puntando sulla forza dei numeri. «In 75 anni di storia repubblicana, noi abbiamo avuto 68 governi con una durata media di un anno e mezzo. E abbiamo pagato un prezzo alto perché un governo che ha vita breve tenderà a privilegiare quello che torna immediatamente in termini di consenso rispetto alle scelte strategiche. E infatti l'Italia non ho avuto una strategia su nulla...». Parola dopo parola Meloni costruisce l'affondo sul premierato. «In questi 75 anni sono cambiati protagonisti, i partiti, le leggi elettorali, però l'instabilità è sempre rimasta la stessa. L'unica cosa che non è cambiata mai è la base del sistema, cioé la Costituzione. E qui è dove ora noi abbiamo avuto il coraggio di intervenire».