Attualità

Covid. Medici di famiglia in campo: vaccinare subito chi finirebbe in terapia intensiva

Lucia Bellaspiga sabato 13 marzo 2021

Prima i giovani o gli anziani? I sani, che vanno più in giro, o i disabili? I docenti o i negozianti? Chi è più urgente vaccinare? Il gesto diventato famoso del signor Giovanni, 91 anni, che in Toscana ha ceduto la sua dose alla disperata mamma 50enne di un ragazzo disabile (“io posso aspettare, lei no”) descrive bene come in Italia fino ad oggi si sia andati alla rinfusa, un po’ guardando all’età e un po’ alle categorie lavorative. Un caos che rischia di impantanarsi ora che i “grandi vecchi” ultra 80enni sono vaccinati quasi ovunque (non nella lentissima Lombardia, dove siamo incredibilmente fermi al 20%) e diventa urgente decidere con chi procedere, visto il numero esiguo di dosi arrivate.

Il governo Draghi ha appena dato un’accelerata, presentando alle Regioni l’aggiornamento del piano vaccinale: si continuerà in base alle fasce di età, ma questa volta la popolazione sarà suddivisa anche in base alle condizioni di salute, e in testa a tutti compare finalmente la categoria di “Elevata fragilità” (pazienti estremamente vulnerabili e disabilità grave). Seguono le persone under 80, poi gli under 70, gli under 60 con patologie pericolose se si contrae il Covid (ma non così gravi da rientrare nella prima categoria) e infine tutti gli altri. Ma il punto resta: come individuare gli estremamente vulnerabili incrociando i dati clinici di 60 milioni di italiani? E gli under 60 con altre patologie non finiranno in coda dopo gente molto meno a rischio di loro, solo sulla base dell’età?

“Siamo arrabbiati, da mesi chiediamo di poter dare la soluzione al problema, perché siamo gli unici che possono farlo già da domani mattina e con un solo clic, ma non abbiamo mai ricevuto risposte dai piani alti”. Pierangelo Lora Aprile, segretario scientifico della Simg, la Società italiana di Medicina generale, è uno dei 35mila medici di famiglia presenti in Italia, coloro che hanno nei loro computer la situazione clinica dell’intera popolazione.

“Se è vero come annunciato dal governo che entro fine mese arriveranno 7 milioni di dosi, sufficienti solo per 3 milioni e mezzo di persone, è fondamentale darle ai soggetti giusti. La logistica sarà decisiva!”, avverte. Andare per fasce d’età è come tracciare a tavolino i confini tra nazioni: non si tiene conto della reale composizione dei popoli e si fanno danni. Qual è invece il criterio? “Vaccinare subito le persone che se prendono il Covid finiranno con probabilità in terapia intensiva”, il che significa non solo agire eticamente ma evitare la saturazione degli ospedali. E’ questo infatti che causa il collasso del sistema sanitario (in questi giorni, a causa delle terapie intensive già oltre la soglia limite del 30%, gli interventi chirurgici programmati da mesi sono stati annullati). Senza contare che ogni ricovero di un malato Covid grave ha un costo di 2.000 euro al giorno. Dunque “utilizzare in via prioritaria i vaccini per chi tutt’al più se la caverebbe con pochi sintomi sarebbe un errore mortale per il Paese”. Poiché i più vulnerabili non necessariamente sono i più anziani o quelli con più patologie croniche.

Eppure per mesi nessuno ha ascoltato i soli che hanno i mezzi tecnologici per stilare le liste con criteri scientifici: “La Simg da 23 anni ha una grande banca dati che immagazzina in tempo reale la storia clinica di milioni di italiani”, spiega l’esperto. Un prezioso patrimonio che ha permesso alla Health Search School della Simg di validare metodi innovativi per “stratificare” la popolazione. “Conoscendo la storia clinica dei pazienti, è stato possibile comprendere quali sono gli elementi che determinano la ‘vulnerabilità’ specifica nei confronti del Covid19”, spiega infatti Lora Aprile. Confrontando cioè le cartelle cliniche di coloro che in questo anno di pandemia si sono ammalati di Covid in forma molto grave o sono morti, si è scoperto quali sono gli elementi significativi nella loro storia pregressa, “ad esempio la presenza negli anni precedenti di polmoniti, o di scompensi cardiaci avanzati, o di un diabete grave…”.

Lora Aprile: “Nel passato delle persone che si sono ammalate gravemente di Covid o sono morte abbiamo scoperto gli eventi determinanti. Oggi sappiamo chi è più a rischio”

Insomma, persone che hanno solo 40 anni, ma in passato hanno avuto queste specifiche patologie, sono molto più vulnerabili di un 80enne sano. “I primi trenta centenari vaccinati in questi giorni – racconta Lora Aprile – alla domanda prevista dalla anamnesi ‘quali medicinali prende?’ ci hanno risposto ‘nessuno’. Sono grandi vecchi che hanno superato la Spagnola, due guerre mondiali e hanno una genetica che li ha portati fino a qui sani”. Sia chiaro, va bene tenere in considerazione anche l’età e la copresenza di più malattie (comorbilità), ma i veri vulnerabili sono il risultato di un complesso incrocio fra dati clinici, di fragilità e di disabilità che solo i medici di famiglia conoscono: “Nei data base amministrativi sanno soltanto che il signor Rossi compare nella classe dei diabetici, ma non che ha complicazioni nervose e vascolari complesse. Che il signor Bianchi pesi 120 chili non risulta da nessuna parte. Così come che il signor Verdi, che ha l’esenzione per scompenso a causa di un edema polmonare, in realtà in questo ultimo anno si è rimesso del tutto ed è ‘uscito’ dalla classe NHYA III-IV, per cui non va inserito nella tabella dei più urgenti”.

Per questo la Simg ha promosso un “indice di vulnerabilità” che tiene conto di tutto, età, presenza delle malattie determinanti per il Covid (tumori, broncopatie, ipertensione, insufficienza renale, diabete, obesità), e altri elementi presenti nelle schede cliniche. “Con un tasto, io stratifico in un attimo i miei 1.500 assistiti in altamente, moderatamente e poco vulnerabili”. Non è un progetto avveniristico, “già da oggi quasi tutti i medici di famiglia potrebbero selezionare i loro assistiti prioritari e vaccinarne molti al giorno, contribuendo a dare quella accelerazione da tutti invocata per arrestare il virus. Ma la condizione necessaria è che l’autorità sanitaria ci dia il placet”. Peraltro hanno dato più volte la loro disponibilità a vaccinare nei loro stessi ambulatori (dove è possibile) o al domicilio, facendo risparmiare un mare di soldi allo Stato e con un forte impatto sulla adesione da parte della popolazione, “dato che, se a rassicurarli è il loro medico, i più dubbiosi sui vaccini di nuova generazione decidono per il sì”.

Finora però non è andata così, commenta Alessandro Guerroni, medico di famiglia lombardo, operativo da 41 anni: “Giorni fa la Lombardia ci ha chiesto dall’oggi al domani la lista dei pazienti over 80 allettati gravi, che necessitano di essere vaccinati a domicilio. Li abbiamo subito inseriti nel portale, per poi scoprire che… la Regione li sta convocando negli ospedali”.

Pazienti fragilissimi, avvertiti poche ore prima, costretti a farsi accompagnare da qualcuno e convogliati in un ambiente per loro pericoloso come un ospedale. “Li avevamo già avvisati che saremmo passati a casa loro, ora le famiglie sono furiose con noi”. Non solo. Nella grande confusione nessuno finora si è occupato dei grandi fragili giovani, continua Guerroni. “Il 40enne trapiantato o il 30enne oncologico non hanno alcun modo per accedere al portale delle Regioni, eppure proprio loro se incontrano il coronavirus finiranno quasi certamente intubati”. Un pasticcio che è avvenuto ovunque, ma che in Lombardia è aggravato dai tempi biblici: “Nelle altre regioni i medici di famiglia vengono già impiegati da tempo”, sottolinea, “i miei colleghi in Valle d’Aosta, Emilia Romagna, Lazio, Calabria, Toscana mi dicono che stanno vaccinando da settimane, a domicilio e in studio. Ovunque gli anziani over 80 sono già tutti protetti e si sta procedendo con i 70enni e i vulnerabili gravi… perché invece noi in Lombardia, che è la regione più colpita, non veniamo coinvolti per decentrare i flussi? Qual è la logica?”.


Guerroni: “Perché vacciniamo tutti i docenti, anche chi è già guarito? E su quali basi scientifiche si è data la precedenza agli universitari?”

Eppure Guerroni, in quanto referente Lilt e responsabile dei volontari della Lega italiana per la lotta ai tumori, ha ricevuto la pressante lettera con cui ieri la Regione ha chiesto alle associazioni di volontariato di mettersi a disposizione: “La prosecuzione della campagna vaccinale richiede uno sforzo sempre maggiore e, di conseguenza, la necessità di un supporto da parte vostra”, si legge nel testo della Asst varesina, che poi precisa: “La novità importante che aggiungiamo è che, nel frattempo, abbiamo ricevuto l'autorizzazione a vaccinare i volontari impegnati in questa attività”. Una chiosa che fa ben capire la situazione.

“Ancora di più allora mi chiedo perché si ostinino a non coinvolgere noi medici di famiglia – rimarca Guerroni –. Nel territorio dell’Ats Insubria in cui opero io, il 91% dei colleghi ha dato da settimane la disponibilità a vaccinare, nel mio distretto addirittura il 98%, ma nessuno sino ad oggi è stato chiamato, contrariamente a quanto avviene in altre aree della nostra stessa regione”. Difformità che non corrispondono alla volontà chiaramente espressa da Draghi (e prima da Conte) di garantire gli stessi diritti in tutta Italia: “Sono molto preoccupato che ancora una volta le nuove direttive nazionali possano non trovare un’applicazione omogenea a livello territoriale”.

Guerroni snocciola esempi eclatanti: “A scuola i professori li stiamo vaccinando tutti senza alcuna distinzione, perché? Ovvio che bisognerebbe privilegiare i docenti più fragili, rimandando a un secondo momento quelli già guariti dal Covid e rispettando le indicazioni scientifiche che per questi ultimi prevedono una sola dose”. Inoltre, “su quali basi scientifiche è stata data la priorità agli universitari?”. E ancora, una sua paziente in Rsa ha già ricevuto le due dosi… “peccato che avesse già fatto il Covid tre mesi fa. Sarebbe stato doveroso dare la precedenza ad altri”. Non solo: tra i primi vaccinati a gennaio ci sono figure “professionalmente non esposte in quanto i loro uffici sono chiusi da mesi, e persino lavoratori in aspettativa o in smartworking”. Stiamo dilapidando vaccini tanto preziosi.

Poiché il nodo che il governo Draghi e i suoi tecnici stanno affrontando in queste ore è proprio questo, “è urgentissimo per noi riuscire a parlare con Roberto Speranza”, riprende Lora Aprile. Tanto che il professor Claudio Cricelli, presidente Simg, ha appena inviato una lettera al ministro della Salute: “La correlazione tra l’età, le patologie croniche e la mortalità per Covid-19 è ormai universalmente conosciuta – scrive Cricelli – e la pandemia ha mostrato come tali patologie rappresentino un micidiale fattore di mortalità in chi è affetto da Sars-CoV-2”. Alla lettera allega i dati analitici della Simg e dell’Osservatorio nazionale sulla Salute nelle Regioni dell’Università Cattolica di Roma, dai quali si evincono chiaramente gli eventi che moltiplicano il rischio di sviluppare un Covid gravissimo.

Ora che Draghi ha ribaltato il piano vaccinale mettendo in testa i più fragili, la vera prova sarà passare alla pratica, utilizzando solo parametri inoppugnabili, conclude Guerroni. E’ molto più facile andare per età, “che tu sia nato il 25 aprile del 1926 nessuno lo potrà mettere in discussione ed evita ogni contenzioso… ma è un metodo poco efficiente quando il contesto, come quello attuale, prevede una scarsità di vaccini”.

Intanto però succede anche questo: “Lunedì 8 marzo a Lonate Pozzolo ho ricevuto la prima dose – racconta B.M., operatore sanitario –. Mi ero presentato con largo anticipo e meno male: mi hanno fatto passare molto prima, a causa della defezione di quanti non si erano presentati all’appuntamento. Disperati, gli operatori mi hanno chiesto se in auto avessi familiari o amici disponibili a farsi vaccinare in sostituzione degli assenti. Non avevo nessuno. Che fine avranno fatto le dosi avanzate…”.