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Roma. Mattarella, Moro e l'Italia di oggi: «È il momento dell'unità nazionale»

Antonio Maria Mira mercoledì 9 maggio 2018

C'è una parola, un concetto che è tornato più volte nell’intervento del Capo dello Stato, Sergio Mattarella in occasione della Giornata della memoria delle vittime del terrorismo, «insieme», «impegno corale», «unità nazionale», «interessi neutrali». Sì, proprio lo stesso aggettivo usato dal presidente della Repubblica al termine delle consultazioni quando aveva parlato di un «governo neutrale, di servizio». Parole che, partendo dal dramma di Aldo Moro concluso il 9 maggio 1978, Mattarella contrappone a chi divide coi fatti e con le parole.

Così, ricordando quegli anni, il presidente afferma che «abbiamo appreso che la democrazia non può dirsi mai conquistata una volta per tutte. Abbiamo appreso che la democrazia vince quando non rinuncia a se stessa, ai principi di civiltà che la sostengono, alla libertà, al diritto e al rispetto dei diritti. Abbiamo appreso che ci sono momenti in cui l’unità nazionale deve prevalere sulle legittime differenze: è stata anzitutto l’unità del popolo italiano a sconfiggere la minaccia terroristica». E poi ancora: «Si è compreso, di fronte a quell’emergenza, che vi sono momenti che richiamano a valori costituzionali. A impegni comuni; perché non divisivi delle posizioni politiche ma riferiti a interessi fondamentali del Paese, in questo senso neutrali».

Mattarella, dopo essersi recato in via Caetani, parla al Quirinale da Capo dello Stato ma anche come chi quegli anni li ha vissuti e indagati, da fratello di Piersanti, vittima di un delitto non completamente chiarito, mafia e non solo, e sicuramente parla anche da ex capogruppo dc della Commissione stragi dei primi anni ’90 che indagò sul rapimento Moro e su altri misteri d’Italia. Mattarella fa proprie le domande inevase.


«Il nostro Paese è stato insanguinato, dalla fine degli anni Sessanta, da aggressioni terroristiche di differente matrice, da strategie eversive messe in atto, talvolta, con la complicità di soggetti che tradivano il loro ruolo di appartenenti ad apparati dello Stato, da una violenza politica che traeva spinta da degenerazioni ideologiche, persino da contiguità e intrecci tra organizzazioni criminali e bande armate».

IL TESTO DEL DISCORSO DI MATTARELLA

Un riferimento proprio all’omicidio del fratello, ma anche a un altro ucciso il 9 maggio 1978. «Lo stesso giorno la mafia uccideva Peppino Impastato. C’è un legame che unisce ogni violenza criminale contro la convivenza civile». E questo perché «le organizzazioni criminali, qualunque sia la loro origine, esprimono comunque un carattere di eversione che minaccia la nostra vita e restringe le opportunità di tutti. Fare memoria ci deve aiutare a contrastare ogni cedimento, ogni opportunismo, ogni connivenza, ogni zona grigia».

Dunque, è il suo impegno, «non dimenticheremo neppure un nome, neppure un volto, neppure una storia». A partire da Moro che «aveva una straordinaria sensibilità per ciò che si muoveva all’interno della società. Per le nuove domande, per le speranze dei giovani, per i bisogni inediti che la modernità metteva in luce. Non gli sfuggiva la pericolosità di tanto "imbarbarimento" della vita politica e civile. Ma al tempo stesso continuava a scrutare i "tempi nuovi che avanzano"». Così «oggi, a quarant’anni da quella tragedia, e da tempo, sentiamo il bisogno di liberare il pensiero e l’esperienza politica di Aldo Moro da quella prigione in cui gli aguzzini hanno spento la sua vita e pretendevano di rinchiuderne il ricordo».

E allora, aggiunge Mattarella, «non dimenticare significa anche fare i conti con questa storia che ha attraversato la vita della Repubblica». Il capo dello Stato non dimentica nulla. «Velleità rivoluzionarie della sinistra estrema, manifestate dal brigatismo rosso, trame reazionarie e rigurgiti neo-fascisti, criminali strategie della tensione, hanno avvelenato anni della vita della Repubblica». Per questo «cercare la verità è sempre un obiettivo primario della democrazia. La verità è inseparabile dalla libertà. Tante verità sono state ricostruite e conquistate, grazie anche all’impegno e al sacrificio di servitori dello Stato, mentre altre non sono ancora del tutto chiarite, o sono rimaste oscure. Non rinunceremo a cercarle».

Mattarella ricorda il «grande contributo» dei familiari delle vittime «per avviare la nostra società a una ricostruzione che svelasse le responsabilità, le possibili connessioni con interessi esterni al nostro Paese, le complicità, i disegni e gli obiettivi criminali». Per quanto riguarda i terroristi cita i «canali di dialogo personali, e spazi nei quali le coscienze si sono interrogate sul senso della riconciliazione». Ma poi denuncia anche casi di «dichiarazioni irrispettose e, talvolta, arroganti, che feriscono e che, insidiosamente, tentano di ribaltare il senso degli eventi, di fornire alibi di fronte alla storia. Questo non può essere consentito».