Attualità

Coronavirus. La schermitrice Matilde e una promessa per papà

BARBARA SARTORI domenica 19 aprile 2020

«Sin da bambina, sognavo di fare il medico come il nonno. Dopo quel che è successo a papà, sto pensando di diventare infettivologa. Sarebbe la stoccata finale al coronavirus». Matilde Burgazzi ha solo 18 anni ma le idee ben chiare. Merito – anche – della scherma, disciplina che pratica da quando faceva la quarta Elementare al circolo 'Pettorelli' di Piacenza, complici le Olimpiadi di Londra viste in tv. Da due mesi non calca la pedana e ha dovuto riporre la spada nel fodero. Sta affrontando un combattimento contro un avversario più temibile, che ha messo a segno la prima vittoria, portandole via il padre Massimo, 59 anni, stimato avvocato. «Se mi arrabbiavo per aver perso una gara dopo essermi allenata tanto, lui mi ripeteva: 'È più facile mollare quando va tutto male. Le persone forti invece vanno avanti'. È quel che cerco di fare». La vita di Matilde e della sua famiglia – la mamma Camilla e il fratello di 13 anni – viene sconvolta il 26 febbraio, quando il padre inizia ad avere la febbre. Gli viene prescritto del paracetamolo e, siccome la temperatura non scende, degli antibiotici.

«Abbiamo poi scoperto che un suo conoscente era positivo al Covid-19. È venuta l’ambulanza a prenderlo, pensavamo a una visita di controllo, invece non l’abbiamo più rivisto». Sono le cinque del pomeriggio. La diagnosi è polmonite interstiziale da coronavirus. L’avvocato Burgazzi riesce a chiamare la moglie un paio di volte. Quella stessa notte è intubato e trasferito alla terapia intensiva dell’ospedale di Parma.

«La giornata ruotava attorno all’attesa della telefonata dei medici, con la speranza ci fossero miglioramenti». Nel frattempo, si ammalano tutti. «Mamma è stata a letto un paio di giorni, io avevo una stretta allo stomaco, mio fratello era quello con la febbre più alta ed eravamo preoccupati, temevamo ricoverassero anche lui». Il 10 marzo arriva la notizia che nessuno avrebbe voluto sentire: papà non ce l’ha fatta. Matilde reagisce come la scherma l’ha educata. «Gli allenatori ci insegnano sin da piccoli che anche se un assalto dopo l’altro va a vuoto, bisogna mantenere la mente lucida e cercare di invertire la gara». Studentessa all’ultimo anno al liceo 'Gioia', prende spunto da un compito assegnato dal docente di educazione fisica e butta giù di getto una lettera indirizzata alla scherma – «è come un’amica, mi ha visto crescere» – che viene pubblicata sul sito della Federazione italiana. «Cara scherma – esordisce – là fuori c’è un avversario di quelli che sali in pedana tremando».

L’aspetto è bizzarro e per di più «ha cinquanta spade con le quali può colpirti mentre noi solo una. Appena l’ho visto mi sono lamentata con l’arbitro dicendo che era una sfida impari e che non era giusto. Mi sono sentita rispondere che la vita è piena di ingiustizie e quella era solo una delle tante». Il racconto della battaglia contro il coronavirus è un susseguirsi di offensive e parate, in cui – la ragazza non ha dubbi – la manche più ardua l’ha disputata il papà. «All’infermiera che lo ha accolto quando è stato ricoverato ha subito chiesto di mandare qualcuno a casa a controllarci. Ci ha protetti, ha caricato il male su di sé». «L’ho visto lottare come un leone – così descrive quel momento nella lettera – ma il risultato era di 15 a 14 . Lui ha combattuto per me, l’ha fatto stancare per permettermi di vincere». Sembra una sconfitta, è un nuovo inizio. «Mi sono messa la maschera, ho rialzato le calze e ho controllato che la mia spada funzionasse – prosegue –. Prima di mettermi in guardia, ho guardato dietro di me. C’erano i miei allenatori, i miei famigliari e amici. Saperli vicini mi ha dato forza e coraggio. Ovviamente la paura c’era ancora ma si era trasformata in voglia di riscatto».

Stoccata dopo stoccata, Matilde annienta l’avversario. «Mi faceva male tutto ma non era importante, avevo sconfitto un mostro! Mentre mi riposavo, mio papà è venuto a congratu-larsi: ti ho sempre detto che sei forte e che devi credere in te stessa, ammetti che hai vinto anche grazie a me! Dopo siamo scoppiati a ridere, ogni volta che mi aiuta e riesco a vincere o prendo un bel voto è anche un po’ merito suo». Di domande sul senso della vita Matilde ne ha tante – «papà ci diceva che non dovevo averne paura, farsi domande aiuta a crescere» – e ora si sente a un bivio. «I miei genitori hanno sempre partecipato alla vita della parrocchia, io dopo la Cresima mi sono un po’ allontanata. Sapere che c’è altro oltre a ciò che possiamo vedere, che papà è in Cielo e sta bene, mi sta aiutando. Ho grande desiderio di andare a Messa, non appena sarà possibile».