Attualità

Marmolada. Un mese fa il crollo del ghiacciaio: «Vi racconto come sono rimasto vivo»

Diego Andreatta martedì 2 agosto 2022

Mauro Baldessari il giorno della tragedia in cima alla Marmolada, dove era arrivato in mattinata

Ma questa notte è nevicato, lassù sulla Marmolada? «No, quella è la tempesta che sta imbiancando le cime» chiarisce Aurelio Soraruf, del Rifugio Castiglioni, al Passo Fedaia. È lui il gestore di Capanna Punta Penia, a quota 3.343 metri, sopra il ghiacciaio. Quel 3 luglio gli 11 tra alpinisti ed escursionisti, finiti sotto la valanga, scendevano proprio da lassù. «Abbiamo subito chiuso, per rispetto di quei poveri morti, e per motivi di sicurezza. Non so se quest’estate il ghiacciaio sarà ancora attraversabile. Spero che riaprano la ferrata di accesso alla vetta, a punta Penia, che nulla ha a che vedere col ghiacciaio; è lontana ed è tutta su roccia». Oggi è un mese dal disastro della Regina delle Dolomiti. Il seracco - sotto il quale scorrevano torrenti d’acqua a causa dell’ablazione con le temperature che da settimane salivano anche oltre i 10 gradi, mentre lo zero termico si alzava fino a 4 mila metri - si staccava poco dopo mezzogiorno: un boato nella valle, uno tsunami di ghiaccio e sassi con un fronte di oltre 100 metri. Erica Campagnaro, Manuela Piran, Filippo Bari, Paolo Dani, Tommaso Carollo, Davide Miotti e Gianmarco Gallina (tutti veneti), Liliana Bertoldi (trentina) e due alpinisti della Repubblica Ceca, Pavel Dana e Martin Ouda: queste le vittime, i cui corpi sono state ricomposti, in alcuni casi dopo giorni di ricerche da parte dei soccorritori. Ricerche che sono continuate e continueranno, perché decine di resti ed effetti personali mancano ancora all’appello.

«Il rumore torna ancora. Sì, il rumore del ghiaccio che si stacca m’è parso di sentirlo più volte, in questi trenta giorni». Un mese dopo la tragedia in Marmolada, a cui è sopravvissuto soltanto per un provvidenziale “ritardo” di pochi minuti nella zona del crollo, Mauro Baldessari, dirigente di banca e arrampicatore esperto, ha ancora nelle orecchie questo suono irreale e negli occhi lo strazio di «un’intera parete di ghiacciaio che sta travolgendo tante persone sotto di te».

La voragine che si è aperta nel ghiacciaio della Marmolada dopo il crollo dello scorso 3 luglio - Afp

L’alpinista trentino, fondatore della sezione di Albiano della Sat (il sodalizio trentino associato al Cai), fu il primo a dare l’allarme col cellulare alle 13.45 di domenica 3 luglio: «In quegli attimi terribili è stato difficile spiegare all’operatore del 112 che non si trattava di una valanga, ma di un fronte di ghiaccio di cento metri… Quella era la prima visione che ci è apparsa, l’enorme buco». Il gruppo con cui viaggiava era partito all’alba e aveva raggiunto la cima della Marmolada dalla via normale: «Non abbiamo avuto alcuna avvisaglia di quel che stava per succedere. Non si sentiva acqua, si vedeva solo la parete di roccia, sembrava pulitissima. Una gita favorita dal sole, preparata con attenzione nei giorni precedenti, come sempre. Abbiamo mangiato un panino al rifugio e all’una eravamo pronti per scendere – racconta Baldessari –. Poi è sbucato dall’arrivo della ferrata un amico con cui dovevamo incontrarci e abbiamo deciso di attenderlo per quindici minuti, anche se lui ci aveva detto di andare visto che eravamo pronti… Quell’attesa di un quarto d’ora ci ha cambiato la vita».

Per il gruppo – in cui c’erano anche dei giovani – non è stato facile poi decidere come scendere e rientrare a Canazei. «Le due ragazze che erano con noi, sotto choc, non volevano assolutamente fermarsi, nemmeno al rifugio. Allora siamo scesi con loro lentamente dalla ferrata, fino al rifugio Contrin, mentre si sentivano sopra la testa gli elicotteri dei soccorsi». Momenti durissimi da ricordare. Baldessari ha seguito a distanza le varie celebrazioni che in Trentino (l’ultima proprio domenica scorsa alla chiesetta nella roccia del Dodici Apostoli, nel Gruppo di Brenta) hanno ricordato le undici vittime con la preghiera per i loro familiari: «Dopo quanto è successo mi sento un po’ più vicino al Signore – confida –. Spesso in questo mese lo ho pregato e ringraziato anche lassù, davanti alle croci delle montagne dove sono tornato ad andare». Ci va da quando aveva 8 anni con una passione che questa tragedia ha segnato fortemente: «Mi dispiace pensare che quest’evento drammatico, come altri crolli, sta modificando le montagne. Penso che le nuove generazioni non potranno goderne come noi; devono tener conto che la montagna è splendida, ma ad una certa quota e in certi ambienti può essere anche “cattiva” con eventi imprevedibili come quello di trenta giorni fa».