Attualità

INTERVISTA. Marini: la politica cambi e torni a far sognare la gente

Paolo Viana sabato 19 ottobre 2013
D che mondo è mondo, le rivoluzioni sono iniziate o finite con una riforma agraria, una grande spartizione delle terre. Sergio Marini si è dimesso dalla presidenza della Coldiretti perché ha in mente qualcosa del genere, ma che parte dalla terra per impattare sulle coscienze. Una rivoluzione culturale: «L’agricoltura italiana – ci spiega durante una pausa del Forum sull’agricoltura e l’alimentazione in corso a Cernobbio – in questi decenni ha dimostrato che uno sviluppo sostenibile può esistere e che si può invertire la spirale della rassegnazione, ma bisogna adottare una visione nuova del modo di lavorare, produrre, comprare e vendere. Vivere». Partiamo dalla notizia: perché si è dimesso?Perché anche l’ultimo grande impegno della mia presidenza, la riforma della politica agricola comune, era al traguardo. Volevo essere libero di dedicarmi al Paese, dopo anni di sindacalismo agricolo. Ho capito che la società italiana è pronta ad accogliere l’insegnamento della terra e ad abbandonare i falsi miti della globalizzazione, il paradigma del "voglio tutto-ovunque-subito", l’idolo del prezzo. Quando ho iniziato a fare l’imprenditore agricolo, a Perugia, questa era una carriera negletta. Quest’anno le iscrizioni ad agraria sono cresciute del 40% e da anni gli occupati aumentano. Dopo un secolo di marginalizzazione, l’immagine dell’agricoltore è cambiata. Siamo stati sdoganati. La crisi ha decretato il fallimento di uno sviluppo basato sullo sfruttamento dei lavoratori, sulla speculazione finanziaria, sul liberismo sfrenato. Il modo di produrre e di consumare costruito sul prezzo e sulla concentrazione dell’offerta ha mostrato i suoi limiti e il made in Italy, l’agricoltura sostenibile e il chilometro zero, la cultura del territorio e dell’eccellenza oggi sono un’alternativa credibile. Coldiretti ha scoperto la formula anticrisi che tutti cercano?No, mi limito a dire che la dottrina economica condannava a morte le piccole fattorie, i farmer markets, chi mantiene in vita le comunità locali, ne conserva le tradizioni e le trasforma in un valore aggiunto, in un fattore di fidelizzazione del consumatore. Tutto questo, in base ai differenziali di costo e alle superfici aziendali ridotte dell’agricoltura nazionale che impediscono le economie di scala possibili in altre zone del pianeta, avrebbe dovuto essere morto e sepolto da un pezzo. Invece, l’agroalimentare sostiene l’export: le statistiche dimostrano che siamo diventati la locomotiva del Paese, che l’immagine del made in Italy è legata al cibo, e che la stessa "moda" segue a distanza.Qualcuno direbbe che a tirare sono i settori con maggior valore aggiunto: esportiamo vino, mica grano…Non stiamo parlando del successo di questa o quella produzione, ma di un sistema che ha smontato il paradigma del "voglio tutto-ovunque-subito". In agricoltura non si può coltivare tutto, nè si può farlo ovunque. E comunque si deve attendere che maturi. Noi siamo i portatori di una cultura antica ed alternativa alla turbo-globalizzazione, la nostra marcia in più è nella capacità di leggere il territorio e trovarvi le leve di un modello di sviluppo umano e durevole. Dietro il successo della vendita diretta, per esempio, non c’è solo l’utile dell’agricoltore, ma una domanda di valori etici che essa riesce a soddisfare mentre la grande distribuzione non ce la fa più. Ma chi decide – in Italia, in Europa, alla Wto – tutto questo lo sa?Lo sanno, ma esiste un deficit di rappresentanza. La politica parla di produttività senza comprendere che sono cambiati i parametri. Sostiene un concetto distorto di competitività, non si cura del futuro dei beni comuni. Procede per "manovrine": non investe nella formazione degli imprenditori… Così, ci condannano a non crescere: dei marchi italiani nel mondo si parla solo perché passano di mano. Triste la sorte di Alitalia. Anche la Legge di Stabilità mi ha deluso: é una manovrina che accomoda tutto ma non fa sognare nessuno. Da un governo di larghe intese mi aspettavo qualche scelta coraggiosa. Se non le fa questo governo, chi altro lo può fare?Insomma, Marini scende in campo?Resterò presidente onorario di Coldiretti e ho già dato vita ad una fondazione – Italia Spa, cioè Sostenibile Per Azioni – con lo scopo di contribuire a costruire nuove scelte della politica italiana, aggregando chi ha la stessa idea di Paese. La fondazione avrà il suo battesimo a dicembre di quest’anno, nella convinzione che ciò che ha fatto l’agricoltura italiana possono farlo la meccanica, il tessile, il turismo, la cultura… ma bisogna sostituire i paradigmi culturali, aggregare forze capaci di essere un cuneo che scardini il pensiero unico e cambiare gli strumenti decisionali. La mancanza di speranza che ascolto nel Paese è inquietante. Il nostro sondaggio dice che gli italiani credono nel Papa – e lui è un gigante – ma non nella politica, che in questi anni si è scollegata dai cittadini e ha sovvertito la gerarchia dei valori popolari scritta nella Costituzione.