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Manovra. Lezzi: «Non mi vergogno di fare deficit per gli ultimi»

Marco Iasevoli sabato 29 settembre 2018

«Io non mi vergogno, anzi». Lo ripete tre volte, Barbara Lezzi, per ribaltare le accuse che stanno piovendo addosso al governo per la scelta di fare una manovra in deficit. «Io non mi vergogno. Non mi vergogno di aiutare i poveri, di far alzare il deficit in modo controllato per sostenere gli ultimi anziché le banche». Ha voglia di contrattaccare, il ministro del Sud, mentre in sottofondo si sente la voce di suo figlio che gioca. E di ribaltare i ragionamenti degli ultimi giorni: «Uscire dall’UE? Sciocchezze, non esiste proprio. È vero il contrario: noi vogliamo riportare milioni di italiani in Europa restituendogli dignità».

Ministro, l’allarme sui conti pubblici ora però lo dà anche Mattarella.
Il Capo dello Stato ha fatto affermazioni condivisibili. Non mi è sembrato affatto un allarme ma piuttosto un richiamo all’equilibrio e alla responsabilità. E noi siamo persone responsabili e serie: non c’è nessun piano-B, nessun Cigno nero. C’è la determinazione assoluta a far scendere il debito pubblico con un ricetta diversa da quella che non ha dato risultati negli ultimi anni.

Conte disse che avrebbe agito come il buon padre di famiglia, i 27 miliardi di deficit sembrano andare in direzione inversa.
Il buon padre di famiglia è pronto anche a indebitarsi se vede che i propri figli rischiano di non farcela perché non possono mangiare e curarsi.

Il significato che i mercati hanno dato al vostro Def, però, è del tutto diverso...
Ora vedremo, ma a me è sembrata soprattutto una grossa giornata di speculazione su quel numero, 2,4. Tutto si calmerà mano a mano che si vedrà quello che vogliamo fare. Nei prossimi tre anni raddoppieremo gli investimenti, opereremo tagli chirurgici alla spesa improduttiva, abbasseremo l’Ires a chi punta su green economy, innovazione tecnologica, infrastrutture per mettere in sicurezza il territorio. La verità è che alcuni, a partire dalle opposizioni, sono infastiditi dal fatto che siamo partiti da chi sta peggio.

Avere un ministro dell’Economia con mezzo piede fuori non è un fattore di instabilità?
Giovedì è stato un Cdm normalissimo. Quando Tria ha preso la parola non aveva l’aria di chi sta per lasciare il tavolo. Il contratto lo conosceva, è il nostro ministro dell’Economia e vogliamo che resti.

Cosa risponde a chi dice che il reddito di cittadinanza è una misura assistenzialista?
Non è una misura assistenzialista e spiegheremo cosa contiene questo intervento fino a perdere la voce. Intanto va ricordato che è un sussidio presente in tutta Europa e che abbiamo accolto molti consigli dell’Ue. Poi ci saranno priorità nell’assegnazione dei 780 euro, e la priorità va alle famiglie con figli minori, perché i primi che dobbiamo aiutare sono gli 1,5 milioni di bambini poveri. Assicuro inoltre che saremo feroci con chi bara. Altro aspetto, se rifiuti tre offerte di lavoro, se rifiuti il piano formativo che ti propone il Centro per l’impiego, se non fai le 8 ore di servizio comunale sei fuori per sempre. Vogliamo risocializzare le persone, quei 3 anni massimo di Reddito sono l’occasione attesa da una vita da chi è ridotto in ginocchio.

Non teme un effetto-divano nei giovani?
Sa cosa mi dicevano in campagna elettorale i giovani e meno giovani? Voglio lavorare, ma voglio anche sopravvivere.

E il lavoro, invece?
Se penso al Sud in particolare, il lavoro per noi è il porto di Gioia Tauro, le Zone economiche speciali, il raddoppio degli investimenti. Sappiamo bene che servono infrastrutture di qualità, progetti, risorse pubbliche e private. Nel Def queste cose ci sono.

Proprio sulle infrastrutture litigate spesso con la Lega. Lei, poi, da pugliese, ha la spina-Tap nel fianco. Si farà o no il gasdotto?
Non chiamiamoli litigi, è un confronto ed è anche normale non avere sempre posizioni coincidenti. La vicenda Tap è molto complessa. Quella ferita a Melendugno l’ha inferta il Pd, non noi, la ratifica è di cinque anni fa. La nostra posizione non è mutata: l’opera va bloccata, non la consideriamo strategica. Ma siamo in un governo con la Lega, non è un monocolore. E quindi abbiamo scelto la strada dell’analisi costi-benefici.

Si offriranno compensazioni alla comunità locale?
Noi non siamo favorevoli a questa strada. Ma quando si arriverà al punto, se necessario, verrà sondata anche questa ipotesi e deciderà il comune di Melendugno.

Nella Puglia che vi ha premiato ci sono anche i delusi per la soluzione trovata sull’Ilva.
Entro fine anno arriverà il decreto-Taranto per la riconversione economica della città. Abbiamo ereditato un accordo praticamente già chiuso, lo abbiamo migliorato, ora lavoriamo nella direzione della riconversione perché in futuro Taranto possa avere un diverso modello di sviluppo e chiudere l’Ilva

Il dibattito sulla manovra non rischia di cancellare il tema Sud?
Assolutamente no. Innanzitutto confermo che in manovra ci sarà la decontribuzione totale per tre anni di tutte le assunzioni nel Meridione dal 2019 al 2022, abbiamo le coperture dal Fondo di coesione e sviluppo. Inseriremo il criterio del 34 per cento degli investimenti pubblici al Sud con un Fondo di perequazione qualora questa soglia non venga rispettata. Per "Resto al Sud" ci sono già 1 miliardo 250 milioni, sarà estesa ai professionisti e l’età sarà innalzata dai 35 ai 45 anni.

La sfida più grande per il suo dicastero resta quella di spendere bene i fondi Ue.
In passato si è fatto male, le Regioni-obiettivo di altri Paesi sono uscite dal programma, noi siamo sempre allo stesso punto. Al 31 dicembre 2018 vanno spesi ancora 2 miliardi, poi ce ne sono altri 24 fino al 2020. Ma adesso massima concentrazione su una grande battaglia in Europa per il prossimo riparto 2021-2028.

C’è il rischio di ricevere meno?
L’Ue propone due cambiamenti inaccettabili: innalzare il cofinanziamento nazionale e inserire dei requisiti macroeconomici per ottenere i fondi. È un controsenso: se le Regioni del Sud avessero dati macroeconomici buoni non avrebbero bisogno dei soldi Ue, che poi sono soldi nostri. Ne ho parlato con la commissaria Cretu, ha capito. Voglio inviare una lettera insieme a tutte le Regioni con tre richieste: mantenere il cofinanziamento al 50 per cento, scomputarlo dal deficit perché sono investimenti, eliminare queste incomprensibili condizionalità macroeconomiche.

Ministro, ragionando a freddo: si riaffaccerebbe dal balcone di Palazzo Chigi?
Ma certo. È stato solo un gesto spontaneo, salutare i nostri parlamentari. Quante dotte e inutili elucubrazioni...