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I conti. Manovra a 40 miliardi, non basta l'extra deficit

Nicola Pini venerdì 28 settembre 2018

La manovra di bilancio come disegnata nella Nota di aggiornamento al Def vale tra i 35 e i 40 miliardi di euro. E nemmeno il maxi-aumento del deficit al 2,4% del Pil nel 2019 (e nei due anni successivi) basterà a finanziare tutte le misure promesse da Lega e Movimento 5 Stelle. Oltre agli incassi legati alla pace fiscale (che però come una tantum non può finanziare misure strutturali) il governo dovrà necessariamente fare ricorso a nuove entrate, tagli e risparmi di spesa.

Al Tesoro ieri si è lavorato per ricostruire le tabelle con le nuove stime. A 24 ore dall’approvazione formale del Def, resta il mistero sulla crescita del Pil prevista e sugli altri dati di finanza pubblica nei prossimi tre anni, a partire dall’andamento del debito e del saldo strutturale, i più importanti in sede europea. L’unica cosa certa è la decisione di alzare il deficit al 2,4%, un dato che ha sconvolto il quadro di riferimento sul quale aveva lavorato finora Giovanni Tria. Il ministro dell’Economia era pronto a indicare un tetto dell’1,6% o poco più (considerato accettabile dalla Ue), ma alla fine ha dovuto cedere all’offensiva del tandem M5s-Lega. I dati vanno rivisti in fretta perché già lunedì il titolare dell’Economia deve confrontasi con i colleghi europei alla riunione dell’Eurogruppo e dell’Ecofin, anche se il primo giudizio di Bruxelles è atteso per metà di ottobre.

Alzare l’asticella del deficit dallo 0,8% tendenziale previsto ad aprile al 2,4% consente sulla carta al governo ulteriori spazi di manovra per circa 27 miliardi. In realtà saranno un po’ meno, perché la minor crescita del Pil rispetto alle previsioni di aprile ha già eroso le risorse. Resta il fatto che la manovra di bilancio 2019 (va presentata alle Camere entro il 20 ottobre) sarà finanziata in gran parte in deficit, anche se non basterà. Il conto delle spese arriva infatti ad almeno 35 miliardi, forse 40.

Solo disinnescare gli aumenti dell’Iva ne costa 12,4 a cui si aggiungono circa 17-18 miliardi tra reddito di cittadinanza (10) e superamento della riforma Fornero (7-8). L’aumento delle pensioni minime a 780 euro solo in piccola parte potrà essere finanziato con l’annunciato taglio di quelle oltre i 4.500 euro. Poi servono fondi per le spese indifferibili e per l’aumentata spesa per gli interessi, altri 4-5 miliardi. Infine ampliare la flat tax sugli autonomi e tagliare al 15% l’Ires sugli utili reinvestiti vale altri 2,5 miliardi, anche se parte verranno recuperati da una revisione degli incentivi alle imprese.

L’annunciato fondo da 1,5 miliardi per risarcire i risparmiatori coinvolti nelle crisi bancarie sarà invece finanziato con le entrate della cosiddetta pace fiscale, il provvedimento che permetterà di chiudere a prezzo stracciato le liti pendenti con il fisco fino a un ammontare di 500mila euro a contribuente. La maggioranza si attende un gettito cospicuo (5 miliardi?) da questa misura che permetterebbe di finanziare altre misure ad hoc di carattere temporaneo. Fonte di copertura, anche se spalmata in più anni, sarà anche la gara in corso sulla telefonia 5G che ha già raggiunto i 5,9 miliardi contro i 2,5 messi a bilancio. Ciò non toglie, tuttavia, che nonostante la massiccia dose di extra-deficit servirà una nuova tornata di spending review per far quadrare i conti. Tra tagli ai ministeri e alle tax expenditures il governo potrebbe puntare a un bottino da 3-4 miliardi.