Attualità

Il velo imposto. Maltrattamenti e denunce: la rivolta dell'islam in rosa

Viviana Daloiso martedì 11 aprile 2017

Picchiava la figlia minorenne che si rifiutava di portare il velo, leggere il Corano e imparare la lingua araba. Questa l'accusa che ha portato all'arresto di un kosovaro di 38 anni, residente nel Senese: è stato fermato dalla polizia per maltrattamenti a danno di minori conviventi. A far scattare le indagini i segni di violenza notati sul corpo della giovane da alcune compagne di scuola e dalle professoresse che hanno chiamato i soccorsi. La ragazza è stata poi ricoverata in ospedale per, è stato spiegato, la presenza di evidenti segni di violenza che ne rendevano difficile la deambulazione. I medici hanno subito segnalato l'accaduto alla polizia. La giovane, spiega una nota della questura, sarebbe cresciuta "in un contesto familiare isolato ed estraneo alle normali condizioni di socialità": non poteva intrattenere alcun rapporto con i coetanei e doveva seguire le rigide imposizioni del padre"che ha aderito ai precetti più radicali della religione islamica". La ragazza si trova ora in una struttura protetta.

Un altro caso, il quinto in una manciata di giorni. Ieri un’altra ragazza, stavolta marocchina, picchiata dal padre perché a scuola, col velo, non ci voleva andare. È successo a Bassano del Grappa, ma il copione – i lividi, il terrore, la denuncia – è identico a Bologna, Pavia e persino Torino, dove la “colpa” della quindicenne allontanata dalla famiglia era ancora più grande: quella di non volersi sposare con un uomo che mai aveva conosciuto. Eccolo, l’islam che fa paura. Sembra fatto apposta per le arringhe politiche e le trasmissioni che sullo scontro fra civiltà costruiscono consensi. «Ed è un islam che esiste, certo – spiega Paolo Branca, islamologo dell’Università Cattolica –, con la sua realtà antropologica votata all’ultratradizionalismo, coi matrimoni che si devono svolgere non tanto con persone della stessa religione, quanto della stessa città, o villaggio, o tribù. Quante ne ho incontrate, di ragazze che piangendo mi hanno detto di non poter vivere all’occidentale, di non volere il velo e d’essere costrette a indossarlo, di non volere un uomo e d’essere costrette a frequentarlo». Eppure, non può finire tutto lì. I tribunali? «Fanno bene a togliere queste ragazze dalle famiglie, è evidente. Il problema, però – continua Branca – non può e non deve essere ridotto a una questione meramente giuridica». Così come, a livello mediatico, non dovrebbe essere ridotto alla mera punizione inferta ai “musulmani cattivi”.

«Servirebbe invece una mediazione, una formazione, anche e soprattutto tra gli imam, perché queste ragazze esistono e il dato esplosivo in questi casi di cronaca è proprio questo: loro, le figlie nate qui, le bambine e le ragazze che premono per incarnare e vivere modelli alternativi. Questi modelli non li vediamo mai. Non li vogliamo vedere, perché allo scontro fra civiltà fa comodo la donna velata, oltranzista, quella pronta a tutto pur di dire che lei così sta bene. Una logica a cui mi oppongo con tut- to me stesso». E invece la realtà sono le altre, di donne. Ne è convinta anche Maryan Ismail, musulmana, laica, un curriculum da antropologa e strenua lottatrice sul fronte dei diritti delle islamiche, un anno decisivo alle spalle per la scelta forte di abbandonare il Partito Democratico – per cui ha militato per anni a Milano – dopo la scelta di quest’ultimo di sostenere con forza la candidatura dell’indipendente Sumaya Abdel Qader, musulmana ortodossa. «Gli episodi a cui abbiamo assistito negli ultimi giorni ci sono sempre stati. Io voglio vedere il positivo: nei centri antiviolenza, nelle scuole, nei consultori ci si sta attrezzando dal punto di vista culturale ad affrontarli. È importantissimo, perché non ci si può limitare a dire “è una cosa loro”. La società è chiamata a farsi carico delle persone prima di tutto». È questo, dunque, l’islam? «No, questa è la minoranza dell’islam – continua Maryan –, questo è il volto dell’islam ideologico, quello che promuove la donna velata in tv finendo, per assurdo, con l’alimentare non solo l’oscurantismo tra le sue file, ma anche la risposta oscurantista di chi, fra gli italiani, dell’islam vuole dare soltanto quest’immagine».

È il gatto che si morde la coda, azione e reazione, «un infernale meccanismo di incudine e martello all’interno del quale restano schiacciate proprio le bambine, le ragazze, le figlie d’Italia cui si chiede d’aderire a un modello culturale a loro completamente estraneo, pena l’esposizione della famiglia al pubblico ludibrio, alla vessazione giuridica, alla separazione». Le ragazze invisibili dell’islam, nate e cresciute in Italia. Per loro non c’è risposta in moschea, dove l’imam scandisce i tempi della preghiera «e certo non pensa a interpretarne il contenuto in chiave moderna, attualizzandolo. La verità è che in moschea le seconde generazioni le abbiamo perse, e non solo lì. Non riusciamo a parlare ai nostri figli, col risultato che i giovani musulmani – continua Maryan – anche in Medio Oriente o si ribellano o scelgono il jihad. La via di mezzo, quella di costruire cittadini consapevoli e dialoganti, che poi è anche quella di un islam laico, ancora non la sappiamo percorrere. Questa è la vera rivoluzione che dobbiamo compiere».