Attualità

L'intervista. Baretta: «L'Ue cambierà. Ma da noi serve più fiducia»

Eugenio Fatigante mercoledì 20 agosto 2014
Pier Paolo Baretta, sottosegretario al Tesoro, in questo agosto sembra che il mondo economico abbia rimesso nel mirino l’Italia. È così? Per una certa 'lettura' giornalistica, sì. Ma più che l’Italia è tutto il quadro internazionale molto in evoluzione. Per questo è stata felice l’intuizione di Renzi di aver posto la questione europea al centro  del dibattito. La Ue, Bruxelles: ma ci sono davvero cambiamenti in vista? Vedrete che da ottobre, quando passeremo alla nuova Commissione, il quadro cambierà. La vera novità è che le condizioni non positive dell’economia europea creano condizioni meno stringenti per dibattere un aggiornamento delle regole che guardi a un profilo più espansivo delle politiche economiche. Il problema non è più solo l’Italia. La Francia è già uscita allo scoperto, ma potrebbe aprirsi una discussione anche nella stessa Germania. E poi c’è la deflazione a pesare. Ora c’è l’Ecofin, il 13 settembre. Il ministro Padoan presenterà una proposta della presidenza italiana? Penso di sì. I contenuti? Io sono un sostenitore della linea della triennalità. Non ha più senso guardare al singolo dato contabile, slegato dal contesto. Serve un quadro pluriennale, basato sullo scambio tra impegni su riforme e margini di flessibilità, che possa assicurare quella stabilità che viene chiesta dai mercati. Ma guardare troppo all’Europa non distoglie l’attenzione dai 'compiti a casa' che dobbiamo comunque fare? Infatti il quadro internazionaleè solo uno dei due corni del problema. Poi dobbiamo guardare in casa nostra. E qui dico che il governo può fare e farà la sua parte, ma c’è una esasperazione dell’attesa per quanto l’esecutivo può fare. È come se in campo ci fosse un solo giocatore. Serve invece un ricoinvolgimento collettivo, c’è bisogno di più fiducia. Dove sono gli investimenti privati? Languono, e gli ultimi dati della Guardia di Finanza ci segnalano anzi un incremento della fuga di capitali. Per questo a esempio ho avviato contatti con molte casse e Fondipensione che hanno un patrimonio di 120 miliardi investito quasi tutto in debito e poco in economia reale. Fra i compiti, spicca la revisione della spesa. Siamo in ritardo o no per recuperare 17 miliardi nel 2015? Non tutto deve partire dal 1° gennaio. Ma è vero che ormai dobbiamo decidere. I dossier tecnici sono tutti pronti, dalle municipalizzate in giù. Renzi ha avocato a sé le decisioni. Che in parte andranno prese già nella Legge di stabilità, anche per coprire la conferma degli 80 euro e il taglio del-l’Irap  alle imprese. È ripartito il dibattito sulle 'pensioni d’oro'. Mi sembrano ipotesi premature. Non è la stessa cosa parlare di un intervento spot o di uno inserito nel più globale contesto della riforma del lavoro. Ciò premesso, se a certe pensioni chiederemo poi un contributo quando non riusciamo a trovare i fondi per garantire gli 80 euro ai pensionati da mille euro mensili, non mi pare uno scandalo. Diamoci un equilibrio: vogliamo le riforme, ma non vogliamo che nessuno  paghi il conto? Con il deficit vicino al 3%, rischiamo il taglio delle agevolazioni fiscali? Quale che sia il deficit, io sono per farlo comunque e presto. Ma più di un taglio, parlerei di una redistribuzione: agendo su 750 voci e circa 250 miliardi di mancato gettito, si può recuperare qualche miliardo ma soprattutto fare un’opera importante di equità sociale. Perché molti di questi sconti, da quelli sul veterinario a quelli sui mutui, sono slegati oggi da qualsiasi reddito. La visita di Renzi a Draghi non è stata un campanello d’allarme? No, trovo normali questi contatti. Peraltro le cose dette dal presidente della Bce vanno nel senso indicato dal nostro governo. Forse un errore è stato voler tenere segreto l’incontro.