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La pandemia. Long Covid, la stanchezza cronica si batte con il cibo

Vito Salinaro sabato 6 agosto 2022

Chiara ha 70 anni, ha fatto una «fatica immane» per spostarsi dalla Garbatella al quartiere Trionfale, dove ha sede il Policlinico Gemelli, a Roma. Eppure ha viaggiato in una comoda auto, con l’aria condizionata, e senza guidare. «Nonostante ciò – racconta – mi sentivo di svenire. Sono 5 mesi, da quando cioè ho affrontato il Covid, che la mia stanchezza cronica mi perseguita e mi costringe a letto quasi tutto il giorno. Per me è un’impresa anche fare la doccia o asciugare i capelli, figuriamoci fare una passeggiata».

Chiara è seduta davanti a Matteo Tosato, geriatra e responsabile dell’unità operativa Day hospital “Post-Covid” del nosocomio universitario romano, uno dei primi al mondo per casi trattati in cui il Covid sembra non terminare mai, almeno per alcuni sintomi. «Quello che ci presenta la signora Chiara – dice Tosato – è una condizione molto comune, riferita dal 55-60% dei circa 2.800 pazienti che abbiamo visto qui dopo l’infezione da Sars-CoV-2. In alcuni casi questa stanchezza, clinicamente più conosciuta come “fatigue”, perdura per alcuni mesi, più raramente può condizionare la vita di un paziente anche per un paio di anni prima di iniziare a regredire, anche spontaneamente».

Chiara, in quanto cittadina laziale, ha un percorso privilegiato rispetto ad altri cittadini. Qui la Regione, dallo scorso gennaio, ha istituito il cosiddetto “Pac”, ovvero il Percorso ambulatoriale complesso per il post-Covid. In sostanza il paziente, con una singola impegnativa, ha diritto a fare diversi esami: dalla Tac alle prove di funzionalità respiratoria, al test del cammino, e anche 4 visite specialistiche. «Sì, perché in questi disturbi è fondamentale un approccio multispecialistico – riprende Tosato –. Funziona in questo modo: non esistendo ancora un test diagnostico che rivela questi problemi, se un paziente ci riferisce di una stanchezza persistente, andiamo prima a caccia di malattie sottostanti che possono avere diversa natura; nel caso in cui si evidenziassero malattie specifiche, il trattamento sarebbe quello mirato alla patologia evidenziata. Se invece non troviamo patologie scatenanti o correlate alla stanchezza, allora procediamo in base a quanto gli studi recentissimi e l’esperienza ci suggeriscono. Insomma, trattiamo sintomi aspecifici, è tutto nuovo, stiamo iniziando a conoscere, a seguire più approcci man mano che le conoscenze fisiopatologiche del “long Covid” vengono svelate».

Già, ma per patologie così recenti e solo in parte conosciute cosa si può fare? «Due approcci stanno dando risultati – spiega Tosato – e sono oggetto di nostri studi. Uno è quello della nutraceutica, che investe quindi la nostra dieta e gli alimenti che assumiamo quotidianamente, il cui dosaggio, però, va rimodulato da paziente a paziente. Questo campo ci sta dando buone risposte in termini di ripresa dei pazienti. Il secondo fattore importante è quello della riabilitazione, e anche qui è preferibile la scelta di strutture che abbiano una certa specializzazione». Del resto, il Gemelli è stato il primo a descrivere la persistenza dei sintomi dopo l’infezione pubblicando uno studio sulla rivista Jama a giugno 2020: «Scrivemmo – afferma Tosato – che il 75% dei pazienti che avevamo rivalutato dopo il ricovero nei nostri reparti, tornava e aveva ancora sintomi. Da lì abbiamo fatto tantissime ricerche, pubblicando tanto».

In merito alla fatigue, sono state avviate delle sperimentazioni. Al momento però non è possibile sapere con certezza che direzione prenderà la malattia dopo questi trattamenti. «Più che altro – aggiunge il responsabile del Post-Covid del Gemelli – il nostro è un servizio assistenziale e cerchiamo di cogliere da queste persone il maggior numero di informazioni possibili per poi condividerle con la comunità scientifica». Già, le informazioni. Sono ancora merce rara su questo fronte. «Non sappiamo perché si verifichi il long-Covid, che è una condizione, come stabilito dall’Oms, presente quando una persona accusa dei sintomi a tre mesi dalla fase acuta della malattia – osserva Tosato –. Ci sono diversi meccanismi implicati nella sua comparsa: fra questi, lo stato di infiammazione che persiste o l’alterazione del microcircolo; molto presente è la disfunzione endoteliale, che si verifica quando le arterie non riescono a rispondere in modo adeguato agli stimoli che ricevono, cioè non riescono a far giungere il sangue laddove deve. Questo capita anche se la circolazione risulta ben funzionante agli esami diagnostici». Il consiglio finale: occorre rivolgersi «a centri multispecialistici, l’Istituto superiore di sanità ne ha individuati circa 100 in tutta Italia; un solo internista non può fornire spiegazioni esaurienti, un’équipe sì». È quanto si appresta a fare la signora Chiara. Stanca di essere stanca.