Attualità

Retroscena. L'ombra della 'ndrangheta negli affari della cupola

Antonio Maria Mira domenica 7 dicembre 2014
La preoccupante presenza della ’ndrangheta negli affari della Cupola romana. Questa volta non sono i clan calabresi a espandersi nella Capitale (cosa peraltro già fatta) ma è il clan di Carminati a scendere in Calabria appoggiandosi a uomini delle ’ndrine. In particolare della potentissima cosca Mancuso di Limbadi nel Vibonese. Una direttrice Roma-Calabria e ritorno per arricchirsi su immigrati e rom. Uomo chiave è Giovanni Campennì di Nicotera. È lui che, come abbiamo scritto, è incaricato da Buzzi e Odevaine di organizzare un centro per immigrati a Rosarno (poi non realizzato) forte della sua esperienza coi campi rom. Ed è sempre lui ad essere più volte intercettato col presidente della cooperativa 29 giugno, sia al telefono che nell’auto di Buzzi a Roma dove il calabrese sale spesso. Giovanni Campennì è fratello di Francesco, arrestato e poi condannato nell’operazione Decollo che ha colpito un enorme traffico di droga gestito dai Mancuso e dalla cosca Pesce di Rosarno assieme ai narcos colombiani e venezuelani. Anche Giovanni, imprenditore, ha un precedente importante. Nel 2006 è stato arrestato per tentata estorsione nei confronti di un’impresa campana che si occupava della raccolta dei rifiuti a Nicotera, allora sciolto per infiltrazione mafiosa (la seconda volta), e aveva anche rubato e incendiato alcuni mezzi della ditta. Dunque i Campennì, come spiega il procuratore di Vibo Valentia, Mario Spagnuolo, «sono sicuramente una famiglia organica ai Mancuso, un clan che ha una potenza economica spaventosa, che al confronto quella di Roma fa ridere». E allora come mai questi rapporti? Il procuratore non si stupisce. Sottolinea che «la ’ndrangheta è un sistema criminale che interloquisce col mondo della politica e dell’impresa» e ricorda «che non sarebbe la prima volta, basti ricordare la vicenda del tesoriere della Lega Belsito e quella che ha portato allo scioglimento della Regione Lazio». Ora va sottolineato che, al momento, Campennì non risulta indagato anche se molti dei 107 raggiunti da avviso di garanzia non sono ancora noti. Quello che è certo, oltre al ruolo di fiducia per l’affare a Rosarno, è lo strettissimo rapporto con Buzzi che gli racconta per filo e per segno le le imprese corruttive, con nomi e cognomi di politici e imprenditori comprati dalla Cupola romana. E Campennì non solo non si scandalizza ma addirittura, come si legge nell’ordinanza, «si mostrava perfettamente d’accordo con quanto asserito dal Buzzi, tanto che ne completava le frasi», confermando, dunque, di essere «esperto» anche lui di questo sistema. Insomma, colloqui assolutamente importanti, più che da semplici conoscenti. «Pago tutti, anche due cene con il sindaco – gli dice Buzzi –. Settantacinquemila euro ti sembrano pochi? Oh so’ 150 milioni eh... Finanzio giornali, faccio pubblicità, finanzio eventi, pago segretaria, pago cena, pago manifesti. Lunedì c’ho cena da 20mila euro pensa... ». E il calabrese commenta ammirato: «Ma guarda che hai un rapporto, vedi che è qualcosa di splendido». Un filo rosso Roma-Nicotera che trova anche una coincidenza nella vicenda del centro di formazione per migranti aperto per un anno a Rosarno dalla Fondazione Integra/Azione presieduta da Luca Odevaine, anche lui arrestato tre giorni fa. A occuparsi dell’organizzazione logistica compreso l’affitto dei locali è una persona proprio di Nicotera, ricorda il sindaco di Rosarno, Elisabetta Tripodi: «A me pareva strano che fossero andati a cercare una persona laggiù, invece di coinvolgere qualcuno di Rosarno ». Solo sospetti, come quelli che il sindaco ci aveva confidato sulla «presenza di persone non chiare» in quel progetto.