Attualità

ECOMAFIE - LE ROTTE/2. Lo sfasciacarrozze rottama scorie

Nello Scavo sabato 22 settembre 2012
​Roberto Capocasa non vuol capire. Hanno provato a spiegarglielo con minacce, intimidazioni, danneggiamenti. Perfino con un cofanetto di tritolo piazzato sotto alla sua auto. Del traffico illegale dei rottami di automobili non bisogna parlarne. Ma Capocasa, demolitore marchigiano dalla memoria lunga, non vuol intendere. E a magistrati, investigatori, giornali, da anni va denunciando i clan della ferraglia.Camorra, ’ndrangheta, Cosa nostra siciliana, gruppi criminali esteri. Non c’è mafia che se ne disinteressi. Non è un caso che nell’ultimo anno siano almeno due, in ambito criminale, gli omicidi di imprenditori nel settore delle discariche: uno è stato ucciso in Brianza, l’altro a Reggio Calabria.Un business su cui ha aperto un’indagine l’Interpol, che ha incaricato una squadra di detective internazionali di investigare su un vasto traffico estero di autoveicoli formalmente demoliti in Italia, ma poi trasferiti oltre confine.Una volta destinate alla rottamazione, infatti, le vecchie auto diventano il Cavallo di Troia per il trasporto di scorie pericolose, generalmente smaltite nelle regioni del centro e del sud, oppure spedite nei Paesi in via di sviluppo. Tutto alla luce del sole. «A Roma – denuncia Capocasa, che è vicepresidente della Car, l’associazione degli autodemolitori – i centri di raccolta autorizzati sono 103, ma a noi risulta che ne siano in funzione almeno 150. E nel resto d’Italia non va meglio».Con la crisi del mercato automobilistico gli sfasciacarrozze sono tra i più penalizzati. Non solo perché si tende a rimandare il più possibile l’acquisto di un’auto nuova. «Una delle emergenze maggiori – si può leggere negli atti della commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti – è rappresentata dal fluff, la componente non ferrosa che deriva dalla frantumazione degli autoveicoli, che costituisce la parte residuale del trattamento e che, attualmente, non viene riciclata come materiale, né recuperata dal punto di vista ambientale».Una volta consegnata al demolitore la cara vecchia utilitaria può prendere due strade, quella dello smaltimento legale o la via assai più redditizia della filiera criminale, «in cui la nostra auto diventa un pacco», riassumono Antonio Cianciullo ed Enrico Fontana nel libro inchiesta "Dark Economy, la mafia dei veleni". E nel pacco finisce di tutto.Due mesi fa a Barcellona Pozzo di Gotto, nel Messinese, è stato chiuso un gigantesco deposito di rottami diventato base logistica dello smaltimento clandestino. Seguendo le tracce di 115 vetture radiate dal Pubblico registro automobilistico, i carabinieri sono arrivati a esponenti di Cosa nostra siciliana, tra cui "uomini d’onore" nel frattempo detenuti per altri reati di mafia, che prima di inserire i rottami nelle possenti presse, nascondevano in quel che restava degli abitacoli rifiuti speciali, scarti di lavorazione tessile provenienti dai laboratori clandestini del Nord, oltre che ferraglia intrisa di oli e grassi minerali.«Nessuno ci pensa, ma quando un mezzo viene consegnato a noi – osserva Capocasa –, bisogna per esempio estrarre l’olio del motore, quello dei freni, il liquido del radiatore, il gas del climatizzatore e molto altro». Il conferimento delle sostanze nocive ai centri di raccolta può costare fino a 200 euro la tonnellata. Un costo che più d’uno ha deciso di abbattere. «Se tutta questa roba non viene riciclata, dove si crede che finisca?».I pneumatici, ad esempio, sono un ottimo propellente. In Campania, nella terra dei fuochi, ne vengono messi ad ardere migliaia ogni giorno, raggiungendo il duplice obiettivo di smaltire le gomme inservibili e incenerire all’aperto altre scorie industriali. «I copertoni – lamenta ancora Capocasa – dovevano essere ritirati gratis dai centri di raccolta, ma così non è stato. Così molti di noi, parlo di chi lavora senza regole, si sentono di buttare pneumatici ovunque, così come accade con le automobili che non vengono riciclate».A marzo la direzione distrettuale antimafia di Firenze ha scoperto un ciclo illegale, ideato e gestito a Siena, ma con ramificazioni in quasi tutte le regioni italiane. I 126 indagati avevano movimentato 50mila tonnellate di scarti pericolosi per un giro d’affari di 5 milioni di euro. Una montagna di veleni di cui si sono perse le tracce. Con il concorso di laboratori di analisi, trasportatori, inceneritori, discariche, era stato «attivato il traffico illecito di rifiuti pericolosi facendoli apparire come innocui», spiegano i carabinieri del Nucleo operativo ecologico di Grosseto.Nel Chietino da mesi si levavano strane colonne di fumo nero. Soprattutto di notte. Fino a quando un elicottero del Corpo Forestale non ha preso a tenere d’occhio la zona. Si è scoperto che un imprenditore caricava su dei camion le balle di "fluff", lo scarto che si origina dalle operazioni di recupero delle carcasse delle auto, per poi depositarlo in un suo ampio appezzamento trasformato in discarica clandestina. I rifiuti venivano caricati all’interno di un cassone e inceneriti alla buona. La legge obbliga a conferire il car-fluff nei centri autorizzati, dal momento che le sperimentazioni sul suo utilizzo come carica combustibile per cementifici e termovalorizzatori hanno dato esito negativo a causa della formazione di fumi e gas tossici e dell’elevato quantitativo dei residui della combustione contenenti, fra l’altro, anche metalli pesanti e sostanze nocive. Il mercato internazionale dei rifiuti è al centro di un’altra inchiesta, questa volta partita dalla dogana di Siracusa, che ha sequestrato un container che dal porto di Pozzallo era diretto ancora una volta in Africa. Il registro di bordo diceva che nel container vi erano ricambi per autoveicoli usati. In realtà, un carico di scorie nascoste dentro a motori arrugginiti, annortizzatori, serbatoi, batterie esauste.Di munnezza si può morire. Non solo a causa delle esalazioni velenose. Paolo Vivacqua, imprenditore brianzolo di Desio ma originario di Agrigento, è stato ucciso il 14 novembre 2011 con cinque colpi di pistola. Il movente non è ancora chiaro. È però certo che l’uomo (il cui nome è collegato anche ad una inchiesta per tangenti a politici), avesse interessi nello smaltimento di rifiuti. Poco prima di venire freddato aveva chiesto l’autorizzazione, poi negata, all’apertura di una discarica.Meno di un mese dopo, il 5 dicembre, a Reggio Calabria fu ucciso con un solo colpo Vittorio Bruno Martino, imprenditore e gestore del bar nell’aeroporto dello Stretto. Nei giorni precedenti era stato rinviato a giudizio al termine di un’inchiesta su un traffico illecito di scorie.