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Migranti. I testimoni: «I libici hanno sparato contro la barca e causato la strage»

Nello Scavo venerdì 21 agosto 2020

Un gommone stracarico di migranti. Uno è stato attaccato da una milizia libica, che ha sparato provocando molti morti

Non una, ma tre stragi di migranti in cinque giorni. La peggiore delle ipotesi si è materializzata quando le testimonianze dei superstiti e la comparazione delle posizioni dei barconi ha mostrato la presenza di più gruppi di fuggiaschi caduti in mare. E confermato che almeno in un caso qualcuno ha sparato contro un gommone con la chiara intenzione di uccidere un gran numero di persone.

Avere conferme dalle autorità libiche è impossibile. Oim, l’agenzia Onu per le migrazioni, aveva spiegato che il 17 agosto «circa 37 sopravvissuti, principalmente da Senegal, Mali, Ciad e Ghana, sono stati soccorsi da pescatori locali e in seguito detenuti dopo lo sbarco». I superstiti «hanno riferito allo staff dell’Oim che altri 45, tra cui 5 bambini hanno perso la vita». Due giorni prima Alarm Phone aveva ricevuto e registrato un’altra richiesta d’aiuto.

I volontari del servizio telefonico di emergenza dopo varie chiamate avevano ascoltato le urla disperate. Il racconto dei sopravvissuti è filtrato attraverso le carceri libiche. Hanno raccontato di essere stati avvicinati da un motoscafo con cinque uomini armati a circa 30 miglia da Zuara. Hanno chiesto la consegna del telefono satellitare e del motore, con la promessa che li avrebbero trainati in salvo.

Ma al momento di sganciare il motore sarebbe nata una colluttazione. Così dal motoscafo hanno sparato contro le taniche di carburante provocando un incendio e l’affondamento del gommone. Alla fine si conteranno oltre 40 morti annegati.

Non è la prima volta che a Zuara le milizie, che fungono anche da polizia marittima e sorvegliano le piattaforme petrolifere, usano motoscafi veloci per colpire i migranti che si erano affidati ai trafficanti delle cosche concorrenti. Così sarebbero partiti dei colpi in direzione del gommone, facendo finire in acqua decine di persone.

Si tratterebbe, dunque, di episodi diversi avvenuti a due giorni di distanza. A cui se ne aggiunge un terzo, segnalato il 18 agosto e del quale le autorità libiche non forniscono dettagli. In quest’ultimo caso circa 100 profughi, in gran parte eritrei e sudanesi, sono caduti in acqua dopo che un tubolare è scoppiato. Un peschereccio libico avrebbe soccorso diversi superstiti, riportandoli a terra, ma non è ancora certo il numero dei dispersi né in quale campo di prigionia siano stati condotti.

«Rimane la continua assenza di un programma di ricerca e salvataggio dedicato e guidato dall’Ue. Temiamo che senza un aumento urgente della capacità di ricerca e soccorso, si rischiano altri disastri».

Lo scrivono in una nota congiunta Unhcr-Acnur e Oim. «Le navi delle Ong hanno svolto un ruolo cruciale nel salvare vite umane in mare nel mezzo della forte riduzione degli sforzi degli stati europeo», si legge ancora. Istituzioni a cui le agenzie Onu confermano il rimprovero finora inascoltato: «L’imperativo umanitario di salvare vite umane non dovrebbe essere ostacolato».